Carlo e Licia

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martedì 30 luglio 2019

Enrico Moratti su "Critica della Forma", 1.

Nella prospettiva di immettere in rete l'intero volume di Carlo L. Ragghianti, anticipiamo la pubblicazione di alcune recensioni al fondamentale studio di Carlo L. Ragghianti, assieme all'eventuale corrispondenza intercorsa tra lo studioso lucchese e il recensore.
In questo caso, due sono le lettere di C.L.R., la prima delle quali (del 22 febbraio 1986) dà ricevuta del dattiloscritto e quindi delucida certi aspetti della ricerca e degli studi in materia con importanti osservazioni. Nella seconda lettera (del 28 aprile 1986) C.L.R. conferma le motivazioni che lo hanno indotto a scrivere il libro, constatando le carenze di comprensione e di attenzione degli studi correnti sull'argomento. Conclude la missiva chiedendo informazioni sulla pubblicazione del saggio di Moratti consegnato a “Tempo Presente” (che sarà oggetto del prossimo post su questo argomenti). Il titolo dello studio è C.L.R. e l'esperienza storica della forma ed è accompagnato da una lunga lettera – illuminante – scritta in seguito al ricevimento della pubblicazione.
Circa il libro La critica della forma. Ragione e storia di una scienza nuova (le cui copie residue della tiratura sono disponibili presso la Fondazione Ragghianti di Lucca o presso Anna Ragghianti Marziali – Via Padule 78, 50039, Vicchio) sulla nostra serie (IV) della rivista “SeleArte” (1988-1999) sono comparsi i seguenti contributi, adesso leggibili anche su questo Blog nel quale la rivista è integralmente riprodotta:
  • n.2 (post del 4 dicembre 2016). Lettera di R. a Giuseppe Santomaso del 17 febbraio 1987, pp.3,4; S. Ordasi: Intervista a C.L.R., pp.5-9.
  • n.3 (post del 5 dicembre 2016). Intervista a R. di Roberto Carvalho de Magalhaes, pp.8-10.
  • n.15 (post del 20 giugno 2017). P.C. Santini: L'ultimo Ragghianti, pp.17-18.

Il libro è citato anche in numerosi altri fascicoli della rivista (cfr. Indici).

F.R. (15 febbraio 2019)

sabato 27 luglio 2019

Il 1948 dei critici d'arte – Il Convegno di Firenze, Atti (XII). Onoranze a Bernardo Berenson.

Post precedenti:

23 luglio 2918. n.1 – Preliminari e inaugurazione.
26 agosto 2018. n.2 – Sezione 1A. Indirizzi, metodi e problemi di critica d'arte.
25 settembre 2018. n.3 – Sezione 1B. Spazio, critica d'arte architettonica. Discussione (Sezioni A e B).
25 ottobre 2018. n.4 – Sezione 1C e 1D. Le arti figurative e il cinema. Arti figurative e stampa quotidiana.
25 novembre 2018. n.5 – Sezione 2. Comunicazioni, 1.
27 gennaio 2019. n.6. - Sezione 2A. Comunicazioni, 2.
27 febbraio 2019. n.7 – Sezione 2B. Ricostruzione e restauro di monumanti in Italia.
27 marzo 2019. n.8 - Sezione 3. Il restauro delle opere d'arte, pp. 164-180.
27 aprile 2019, n.9 - Sezione 4. Museografia, Mostre, pp. 181-200.
29 maggio 2019, n.10 - Sezione 5. L'Insegnamento della storia dell'arte, gli strumenti scientifici, gli scambi internazionali, pp. 200-232
27 giugno 2019, n.11 - Sezioni 6 e 7. Legislazioni sulle Arti e Varie, pp. 234-244



Questo è l'ultimo post riguardante gli Atti del Convegno Internazionale per le Arti Figurative svoltosi a Firenze tra il 20 e il 26 giugno 1948. Il suo contenuto concerne la Relazione conclusiva di Carlo L. Ragghianti, le significative Mozioni, approvate all'unanimità dai convegnisti, e infine contiene l'elenco dei partecipanti al Convegno. Si conclude con le Onoranze a Bernardo Berenson. Dato che sono passati 71 anni dall'evento e il fascismo era stato sconfitto, appena tre anni prima, non vorrei che si pensasse che l'appellativo Bernardo, anziché il nativo Bernhard, fosse un residuo dell'obbligo ventennale di tradurre in italiano i nomi propri delle persone straniere. Così nel ventennio si assistette a ridicoli effetti, specialmente nelle traduzioni letterarie e nel doppiaggio dei film, per cui Charlie diventava Carletto, Johnny era Giannetto e Tom poteva diventare Tommasino e Sam Samuelino. Certi estremisti, più fessi della fesseria di regime, arrivarono a scrivere il Crollalanza invece di Shakespeare! No, Berenson era il primo a voler essere interpellato Bernardo, in omaggio a quella che considerava la sua terra di elezione e nella quale ha voluto morire ed essere sepolto. Per gli altri, Ragghianti compreso, era un omaggio reso ad uno studioso che tanto aveva operato per l'arte e la cultura del nostro Paese.
Il Convegno è stato una manifestazione rilevante e considerata importante per lo sviluppo delle Arti nel contesto della ricostruzione materiale e morale del Paese duramente devastato, soprattutto al centro e al nord, dalla guerra. Anche la presenza del “potentissimo” Ministro della Pubblica Istruzione (che allora comprendeva quelli che oggi chiamiamo Beni Culturali) on. Guido Gonella non era dettata da motivi di routine ma da attenzione specifica. La presenza poi di Direttori Generali e di alti funzionari del Ministero, di Soprintendenti Archeologici, ai Monumenti, alle Gallerie e Belle Arti, alle Biblioteche e agli Archivi era dovuta a reale interesse e costruttiva partecipazione. D'altra parte l'attiva presenza di professionisti, di professori universitari e di artisti era dovuta a reale interesse di apprendimento e confronto, così come quella di giovani intellettuali tra i più promettenti e rappresentativi del Paese.
La relazione conclusiva di C.L.Ragghianti (di cui esiste una versione – curata dallo Studio Italiano di Storia dell'Arte organizzatore del Convegno – sostanzialmente analoga ma distribuita a conclusione della settimana di studio ai partecipanti e alla stampa) analizza e puntualizza i temi e gli 
argomenti dibattuti, presentando alla fine le Mozioni e i Voti approvati dai convegnisti. “In complesso – dice Ragghianti – il Convegno ha raggiunto risultati concreti, degni di attenzione. E ciò non solo sul piano teorico. E' stato osservato, anzi, che il Convegno ha costituito una dimostrazione del nuovo spirito che anima la cultura europea, e cioè la ricerca di concretare quella missione del dotto, quell'unità dell'uomo di cultura e del cittadino, indicate fino dal nostro Risorgimento da Francesco De Sanctis”.
In margine agli Atti penso sia interessante postare tre documenti. Nel primo C.L.R. informa i colleghi chiedendo di collaborare all'iniziativa (non realizzata per carenze economiche) di editare da parte dello Studio Italiano di Storia dell'Arte un volume “nel quale sia documentata … la situazione attuale dei monumenti ed opere d'arte bisognosi di urgente intervento, pena gravi perdite e menomazioni del patrimonio artistico”. Nel secondo C.L.R. invita gli studiosi ad inviare un contributo originale per la Miscellanea Berenson (anch'essa non realizzata dall'editore Del Turco). Nel terzo documento si riporta la breve segnalazione della pubblicazione degli Atti sulla rivista “Critica d'Arte” (n.2, lug.1949).
Le “Onoranze a Bernardo Berenson” furono un successo, che rallegrò l'ottantaquattrenne grande vecchio, ed ebbero una risonanza mediatica che, dati i tempi, la città di Firenze – già mito iternazionale, soprattutto in USA – meritava e causarono e legittimarono l'alta opinione di sé di B.B. (come lo chiamava la sua storica segretaria) nei confronti delle autorità italiane e degli ambienti culturali. Oltre a quel che si ricava dalla lettura degli Atti, in questa sede reputo opportuno delineare un profilo di Berenson storico dell'arte tramite le pagine che gli dedicò Decio Gioseffi in Teoria della pura visibilità, dispensa del corso Aspetti della Critica d'Arte contemporanea, 1969-70, Università di Trieste (autorizzata dall'A., giacché la allega tra i suoi scritti al Ministero della P.I. in vista di un concorso per professore universitario di ruolo cui egli aspirava). E' in preparazione anche un post incentrato sul pensiero di C.L. Ragghianti circa l'operato teorico e storico di Berenson.
Le fotografie della cerimonia in Palazzo Strozzi sono praticamente inedite e ad esse si accompagna la riproduzione della Medaglia eseguita da Dante Zamboni, scultore e fine incisore amico di C.L.R. fin dai tempi di Bologna (1940).

F.R.(27 maggio 2019)

martedì 23 luglio 2019

Arte Moderna in Italia 1915/1935. Schede Redazionali 3 - LEPORE, PEPEDIAZ, THAYATH, BOGLIARDI, GRIGNANI, MAZZON, MELOTTI.


Mario Lepore (1908-1972) è stato oltre che un pittore un critico "militante" (orrendo ossimoro! dato che la peculiarità della critica dovrebbe essere indagine cognitiva senza pregiudiziali) motivo per il quale in questa storica mostra del 1967, come vedremo, ha curato due schede di pittori (Angelo Del Bon e Umberto Lilloni). In realtà questi due artisti erano piuttosto estranei alla passata espressività di Lepore, però entrambi lombardi come il "Corriere di Informazione", pubblicato a Milano, al quale collaborava per la critica d'arte. Circa l'adesione al movimento tardo futurista "Circumvisionista" (1928) ed altre affini esperienze napoletane sembra che il gruppo di Lepore abbia cercato più che un revival futurista una mediazione tra interpretazioni internazionali e le esperienze di pittori come Gino Rossi, Maggioli, Garbari ed altri. Comunque questo movimento fu sostanzialmente ignorato dalla critica allora come poi e di conseguenza se ne sa pochissimo. Perciò la testimonianza di Lepore – che riportiamo a seguire – è particolarmente interessante.
Temo anche che non siano estranei motivi "politici" per i quali Lepore, Pepe Diaz e altri artisti come Pierce e l'architetto Corchia ed altri ancora durante il fascismo furono osservati con sospetto e poi perseguitati con sanzioni, esili, confino e un po' di prigione. Infatti quei giovani si erano tutti – chi più chi meno – avvicinati alla organizzazione clandestina del Partito Comunista, a Napoli particolarmente connotata da Amedeo Bordiga (segr. del P.C.I. dal 1921 al 1924, prima di Gramsci) e lui e i suoi seguaci furono espulsi soltanto nel 1943. Ciò spiega, almeno in parte, il fatto che Lepore (e altri) nel dopoguerra vennero via via a trovarsi in collisione con il Partito e di conseguenza furono emarginati negli ambienti artistici. Si ricordi infatti che nell'ambito dell'arte contemporanea il P.C.I. aveva una presenza soverchiante che isolava coloro che, di sinistra non  
marxista e laici, non vollero aderire o non furono accolti negli "spazi" cattolici e d'altro genere. Di questi aspetti politici Lepore non si diffonde nelle due lettere che scrisse a Carlo L. Ragghianti circa la sua esperienza artistica e la colleganza con gli altri artisti citati. Comunque esse rappresentano un documento chiarificatore riguardo il "Circumvisionismo" e altri aspetti particolari di questi artisti. Che esse siano abbastanza importanti lo dimostra la risposta intermedia di mio padre. Non conosco il motivo per cui oltre a Lepore e a Pepe Diaz non siano stati inclusi nella Mostra 1915-35 anche Pierce (slittato dopo un tormentato percorso a destra, in modo analogo a Armando Plebe) e altri artisti del gruppo Circumvisionista. Certo è che nella Mostra di Palazzo Strozzi i "movimenti" non sono esposti in quanto tali ma soltanto rappresentati dagli artisti più significativi ed anche che di coloro di cui non si era potuto riscontrare in modo sufficiente l'iter espressivo la Commissione decideva di non esporli. Di ciò sono testimone perché partecipai ad alcune riunioni come "assistente tecnico", cioè gestore del materiale illustrativo e documentario da dare ai Commissari per le loro valutazioni.
Di Lepore, in carenza di opere ulteriori a quelle della scheda, mi sembra utile ricordare l'impegnativo libro Il Pittore, una sorta di manuale affabile ed utile circa gli aspetti di quel mestiere creativo pubblicato dalla Vallecchi nel 1962 nella collana "Il Bersaglio. Saggi e inchieste sulle professioni". Tra i volumi pubblicati sono da notare diversi accostamenti inaspettati, come il libro su I Ballerini scritto da Giorgio Bocca. Dell'opera di Lepore ripropongo il primo capitolo Genio e mestiere dalla cui lettura si possono fare osservazioni stimolanti per la situazione dell'oggi in materia.
F.R. (5 febbraio 2019)

venerdì 19 luglio 2019

Le mostre d'arte antica e moderna della città di Firenze, 2.

Nell'eccellente volume “Mostre permanenti”. Carlo Ludovico Ragghianti in un secolo di esposizioni a cura di Silvia Massa ed Elena Pontelli (libro importante e di mole cospicua del quale in questo blog sarà data ampia notizia), edito dalla Fondazione Centro Studi Ragghianti di Lucca, l'ottavo capitolo (pp. 101-114) dà sintetico ragguaglio di un progetto di R. naufragato. Le cause furono molteplici: alcune tipicamente firenzine, cioè proprie di un luogo dove la prima motivazione di molti, moltissimi è cercare di impedire ogni altrui iniziativa, soprattutto se sensata. Ci sono poi motivi contingenti quali resistenze corporative degli artisti Fiorinisti, e altre scontate riserve aprioristiche, ma soprattutto il determinante cambio di Sindaco. Dall'eccellente, indipendente, duttile e pragmatico, fattivo Mario Fabiani (del quale ho bellissimi ricordi) la città si era consegnata nelle mani del “santo” La Pira e, per quel che riguarda la cultura artistica, del retrivo (ma simpaticone, se voleva) e modesto Piero Bargellini, epigono del firenzismo più borné: fece togliere tutti i pubblici vespasiani. Evidentemente i clericali non soffrono di prostata! Di questa mostra “rapita” (come la definì C.L.R. tramite lo pseudonimo Lorenzo Ferro) l'autore del progetto accenna anche nel post 
precedente (v. 16 luglio 2019) a p. 77 e negli ultimi paragrafi dell'articolo dove così si esprime: “... conclude un ciclo di opere (la mostra “rapita”) che non spetta certo a chi scrive di valutare, ma che ritengo obiettivo considerare come un moderno e concreto sviluppo di attività e di esigenze, che il carattere della vita e della cultura moderna rendono, come si vede sempre meglio, un problema attuale e, quel che più conta, valido non soltanto agli effetti spirituali.”
In conclusione, dell'arte allora contemporanea viene sottolineata l'attività che viene ricordata attraverso la mostra di pittura italiana in Germania, da Monaco di Baviera, ad Amburgo, e in altri luoghi fino a Berlino Ovest, allora assediata dai sovietici.
In questo post, dopo l'articolo di Lorenzo Ferro alias R., non so dove e se pubblicato, concluso in due varianti, probabilmente per dare all'amico Sindaco uscente di scegliere quella ritenuta più opportuna, seguono alcuni documenti riguardanti il progetto espositivo. L'Appunto al Sindaco del 12 ottobre 1950 chiarisce che nel proporre una mostra Biennale d'arte italiana contemporanea a Firenze non c'è nessun intento di concorrenza con la Biennale di Venezia, la quale non si dichiara contraria alla iniziativa fiorentina.  

martedì 16 luglio 2019

Le mostre d'arte antica e moderna della città di Firenze, 1.

...soltanto nel 1947 si poté pensare a rinnovare questa importante attività cittadina, valida ai fini non soltanto culturali ed artistici, ma anche turistici.... Modesti i mezzi, gravi le difficoltà da superare. Tuttavia il Comune, gli Enti pubblici culturali, le maggiori personalità degli studi storico-artistici si posero con impegno al lavoro”. Tanto lavoro, come posso testimoniare io (1940) e Rosetta (1943) che vedevamo allora spesso i genitori al mattino prima di andare a scuola, raramente a pranzo, due-tre volte la settimana la sera dopocena tornati “presto” per darci la buonanotte, se ancora svegli. Per i Ragghianti seniores furono anni di incredibile attività (riuscivano persino a studiare!), di scarse e “sudate” soddisfazioni: anni comunque bellissimi.
Nell'aricolo che segue, ripreso da “Firenze. Rassegna del Comune, 1944-1951” (pp. 71-79), Carlo L. Ragghianti racconta le vicissitudini delle grandi mostre d'arte, la cui realizzazione gli fu affidata dalla lungimiranza del sindaco Mario Fabiani e dell'assessore Francesco Tocchini, entrambi comunisti, che in attesa della (improbabile) rivoluzione proletaria si attivarono con tutte le loro forze e risorse per rendere efficace la ricostruzione della città di Firenze, duramente martoriata dalle distruzioni dei tedeschi e dai bombardamenti degli Alleati. Ben prima di La Pira e con intenti laici e pragmatici, l'amministrazione Fabiani si aprì al mondo intrattenendo rapporti ottimi sia con gli Stati Uniti (es. Mostra Wright; Collezione Guggenheim alla Strozzina), sia con la Germania già nemica e in faticosa ma grandissima ripresa postbellica (Mostra della pittura italiana contemporanea). Con l'Unione Sovietica di Stalin i rapporti furon limitati a quelli di partito e di associazioni ad esso collegate.




Non sono travolto da una crisi di senile nostalgia. Mi sbilancio nella considerazione del rapporto fra l'oggi e l'altro ieri, perché constato da decenni la poca dinamicità e il provincialismo e, di recente, la volgarità culturale di chi ha amministrato questa città, malgrado tutto meritevole del mito che l'ammanta.