Carlo e Licia

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sabato 25 gennaio 2025

Robin George Collingwood: Autobiografia

Robin George Collingwood (1889-1943) è stato un filosofo, storico e archeologo inglese, studiato da Carlo L. Ragghianti per la sua “identificazione di arte e linguaggio” e perché il suo pensiero risente delle intuizioni di Croce e di Gentile. Di conseguenza C.L.R. volle inserire questo libro nella “Biblioteca” di cultura da lui ideata e promossa per l'editore Neri Pozza nel 1935.

Questa inconsueta Autobiografia fu curata e tradotta da Gianpaolo Gandolfo, allievo normalista di C.L.R., quindi dirigente per gli aspetti di promozione interna di cultura nella Italsider di Genova. Andato in pensione Gandolfo è stato dal 1987 docente di letteratura russa all'Università di Trieste.

Carlo Antoni, importante pensatore laico oggi trascurato e dimenticato – troppo – recensì il libro in “Criterio” (n.1, 1957), scritto qui riprodotto in apertura, seguito dalla Notizia informativa di Gandolfo, che chiude il volume edito da Pozza.

Dopo i dati pertinenti la specificità dell'edizione, conclude questa rievocazione dell'importante e per certi versi metodologici attuale opera edita in Inghilterra nel 1939 la riproduzione del saggio Britannia romana (pp. 124-148) nella versione del 1932, la quale contiene anche riflessioni sulla filosofia della storia “assenti” nella prima versione del 1921. Una volta tanto con piacevole sorpresa constato che 


è concisa ma esauriente la voce di Wikipedia. Nel 2014 l'editore Castelvecchi ha edito l'
Autobiografia di Collingwood, in una nuova traduzione di S. Priori con prefazione e cura di Corrado Ocone.

F.R. (5 gennaio 2025)

giovedì 15 giugno 2017

Cultura, libri, società

E' chiaro che, senza la cultura e senza i libri, non ereditiamo niente, perciò non si può che provare un sentimento di dolore davanti alla suddivisione delle cose e della società che consiste nel lasciare i più in preda alla dittatura del tempo libero e dell' intrattenimento televisivo, e alla consapevolezza di saperlo privato del potente soccorso della cultura, della lettura e dei libri mediante i quali si diventa uomo. Questa separazione che scava tra gli uomini la privazione della cultura, dei libri, è dal punto di vista filosofico, politico, intollerabile perché separa l'uomo da se stesso e dal mondo. Si dirà: ma chi prova questo dolore, chi ne è soggetto? E si obbietterà: colui che vive senza i libri è come l'ignorante secondo Socrate, non sa ciò che ignora. Solo chi vive con i libri conosce ciò di cui gioisce e di cui l'altro è privato. Ma questo non è vero. Perché chiunque è “senza libro” o non ha l'uso dei libri e delle opere, poiché non può che vivere in modo imperfetto o incompleto, non può, in un certo qual modo, non esserne consapevole. Questo dolore può provarlo anche se non può dargli un nome. E' il sentimento o il presentimento terribile che”il vasto mondo comincia accanto”. Come dice una donna di casa citata da Pierre Bourdieu ne”La distinzione”: “Quando non si sa granché si resta un po' in disparte”. Come adattarsi a questa separazione, a questo vuoto, a questa finzione? E come trattarli? La questione ha diviso in modo grave coloro che comunemente vengono chiamati “intellettuali”, coloro cui non sono stati rifiutati i libri. Lottare contro questa ingiustizia? Accontentarsi? Il fatto stesso di chiamarla ingiustizia suscita alcune osservazioni. Dal momento che effettivamente bisogna ancora capire esattamente la natura di questa ingiustizia. Non si può paragonarla a nessun'altra. La mancanza di libri non fa morire il corpo, e nemmeno l'anima o lo spirito: impedisce soltanto di essere uomo, di diventare uomo. Ecco perché non possiamo indignarci davanti all'ineguaglianza culturale come ci indignamo davanti all'ineguaglianza sociale. Queste due forme di ineguaglianza, anche se spesso vanno di pari passo, non si rivolgono allo stesso modo di vivere. Non si può, non si deve fare paragoni fra questi due ordini diversi dell'ingiustizia, non solo per decenza, perché è evidentemente più grave morire di fame che aver fame di libri; ma anche perché questo paragone non sarebbe fatto che a spese della cultura. Nell'ordine delle rivendicazioni prime, primarie, il pane prevarrà sempre sui libri, o, come dice Hannah Arendt il richiamo della miseria prevarrà sempre sul richiamo della libertà. Ma c'è dell'altro. Se la questione è veramente quella della vita con le opere, e dunque del dolore della vita senza le opere, non si può fare dell'assenza di “cultura” la sola negazione di un diritto. Perché se essere persona colta è essere pienamente uomo, allora “coltivarsi” è un dovere, oltre che un diritto. E' il dovere di far accedere in sé “la vita” in una forma più alta affinché diventi pienamente una vita d'uomo. Ora un diritto può essere conquistato socialmente, politicamente: e ciò è effettivamente indispensabile. Ma un dovere bisogna volerlo, e può quindi essere rifiutato. Nessuno rifiuterà un diritto che gli viene accordato, ma si può rifiutare di piegarsi a un dovere, perché esso è una costrizione e una obbligazione a uno sforzo. La partecipazione alla cultura, ai libri, alle opere dell'immaginazione e del pensiero è rimasta per lungo tempo e quasi esclusivamente l'appannaggio di un piccolo numero. In questo senso essere colto è un privilegio: dal momento che è l'accesso ad un bene ingiustamente rifiutato dalla maggioranza. L'errore fatale, la trappola in cui sono caduti molti intellettuali è stato di credere che la soppressione di questo privilegio passasse dalla negazione dell'idea stessa di cultura e non dalla soppressione degli ostacoli che mantiene al di fuori la grande massa dei non possessori. E' in questo modo che un movimento di pensiero, scaturito dalla ricerca sociologica, si è impegnato da alcuni decenni a mettere in atto quello che dovremmo chiamare una impresa generale di deligittimazione della cultura, e che si riassume così: i giudizi di valore, in materia di cultura, non sono che il riflesso della posizione sociale di colui che li proferisce, la “cultura” e i “libri” hanno solo la legittimità che conferisce loro la “violenza simbolica” della Scuola. Le conseguenze sono disastrose. Il dolore della “vita senza libri”, il dolore di essere consapevoli delle innumerevoli vite lasciate senza il soccorso delle parole, senza il ricorso ai libri, della “cultura” e delle “opere” diventa allora senza oggetto. Non è dunque più una ingiustizia (anche se l'uso di questa parola può suscitare delle riserve) l'essere privato di libri e di cultura; e nemmeno un privilegio. Libri e cultura non sono altro che falsi valori che è bene demistificare: la cultura non è più che l'ultimo baluardo la cui distruzione contribuirà a cancellare una classe condannata dalla storia. Questa pericolosa teoria non ha sempre trovato la confutazione che meritava, al contrario, la Scuola e i media si sono visti sopraffare da perniciosi sofismi. Numerosi studi sociologici hanno ripreso ed ampliato questo tema, dandogli la garanzia scientifica che gli mancava, cancellando, almeno apparentemente, i fondamenti politici che li sottendevano, ricamando in fondo sullo stesso motivo: la cultura è una impostura; il gusto e la frequentazione delle opere non sono il momento dell'emancipazione, ma il puro riflesso del livello scolastico e
del posto che si occupa nell'apparato produttivo. Pertanto, dalla constatazione della separazione culturale si possono trarre due opposte conseguenze: assolutamente inconciliabili. La prima consiste nel deplorare che l'ineguaglianza sociale si raddoppi quasi sempre con una ingiustizia culturale: nel deplorare che una ingiusta ripartizione delle ricchezze offra agli uni Alla ricerca del tempo perduto mentre la grande massa è condannata a Noi due, a Confidenze e alle sacre serate televisive. Perciò la partecipazione alle opere superiori della cultura e dello spirito sono riservate ad un piccolo numero di eredi. Ne consegue l'obbligo di militare perché sia esteso a tutti o almeno al maggior numero, e in particolare dalla Scuola, ciò che è riservato ad alcuni. La seconda è, al contrario, quella del nichilismo culturale: i pretesi valori della cultura non sono che valori mediante i quali si tradisce ( o si rivendica) la propria appartenenza di classe. Luogo dove si riflette e si riproduce la divisione della società in classi, la cultura non è che un segno, un marchio di distinzione degli strati superiori della società. Non avendo più legittimità la rivendicazione per una ripartizione ed una estensione della “cultura colta”, la lotta contro i “privilegi culturali” ormai non ha più come fine di rendere a tutti un bene comune, che un esiguo numero confiscava indebitamente, ma di dimostrare che la cultura gode essa stessa di un privilegio esorbitante e immeritato, allorquando essa ottiene di essere considerata come un valore. Questa posizione può conciliarsi con l'egualitarismo democratico. Essa offre a ciascuno la soddisfazione che si augura nella capacità di cui egli può fare prova di afferrare oggetti di cultura eguali e intercambiabili. La lettura non dipende dall'opera, ma da ciò che sono capace di metterci. Una felice diversità democratica concede così alla dattilografa de trovare in “Violata la sera delle sue nozze” il nutrimento spirituale che altri ricevono da Anna Karenina. L'elogio delle differenze e della creatività si trasforma inevitabilmente in consenso alle disuguaglianze. La cultura colta finisce dunque per essere annoverata in ciò da cui tendeva a staccarsi: la cultura in senso antropologico del termine. Come dice Alain in uno stile un po' vecchiotto:”Una élite che non si preoccupa di istruire è più ingiusta di un benestante che vive dei suoi dividendi”. Una delle questioni più enigmatiche e più preoccupanti del nostro secolo è purtuttavia quella dell'accanimento degli intellettuali contro la cultura, altrimenti detto, quella del tradimento dei sapienti.... Chi è un saggio che tradisce? E' un uomo di lettere che non crede al loro valore emancipatore e che si adatta alla loro ripartizione ineguale tra gli uomini. Come si è arrivati sin qui? Come spiegare che l'intellettuale nato dai Lumi, successore di coloro che lo chiamarono il “Filosofo”, abbia potuto rompere a tal punto con il triplice ideale del XVIII secolo europeo: strappare l'uomo da tutte le forme di sudditanza, emanciparlo dal peso della natura, degli idoli e degli dei, e non accontentarsi più della diseguaglianza culturale e dell'ingiustizia sociale? Si coniugano parecchi motivi. La colpevolezza, di cui siamo stati tutti vittime, il rifiuto di essere un “cane da guardia” dei valori borghesi, la vergogna di essersi salvato solo lui, la paura di aver tradito i propri e abbandonato i poveri. Il terzo-mondismo che, completato dal motivo del relativismo culturale, del rispetto delle culture e delle differenze, ha capovolto la superiorità coloniale in ammirazione per le culture degli sfruttati. Leszek Kolakowski lo ha denunciato in una formula perfetta come “l'aberrazione alla quale sono inclini gli intellettuali una volta che sono riusciti a persuadersi che la solidarietà con le classi oppresse esige che essi ammirino e non che correggano ciò che è la più grande disgrazia di queste classi: la loro incapacità di partecipare allo sviluppo della cultura spirituale” (Lo spirito rivoluzionario). Gli ultimi decenni hanno così visto emergere una certa classe di intellettuali, di un nuovo “partito intellettuale” avrebbe detto Péguy, per cui la cultura non è più un difetto – errore dei populisti, ma errore generoso – senza essere purtuttavia ridiventata un valore, una possibilità che bisognerebbe offrire ai più: è rimasta alla peggio una illusione da abbattere, al meglio un oggetto da studiare. Eruditi, esperti in scienze umane, politologi, e persino specialisti in letteratura che attingono nei libri un sapere e non una lezione, uomini di cultura libresca che non hanno provato in se stessi il valore emancipativo dei libri, che spesso usano la cultura e i libri per assicurarsi delle “posizioni” nella stampa e nell'università, si sono rassegnati alla perdita di ciò che forse non avevano mai sperimentato: che la cultura e specificatamente le Lettere sono il luogo dove si opera il sottrarsi da sé, dalle proprie determinazioni, dalla vita ordinaria, dalla spenta ripetizione dei giorni e delle incombenze. Se ne vanno così, tradendo la loro missione educativa e nel resto del tempo vegetano nel quotidiano e nei passatempi. Più niente impedisce loro oggi di ignorare baldanzosamente l'esperienza dei libri e questa breccia da cui si apre il mondo, e la possibilità di diventare altro. Di conseguenza, se l'uomo dei libri non lo dice e non lo prova, chi lo farà al suo posto? L'adolescente delle periferie?
estratto da: LE DON DES MORTS di Daniele Sallenave

lunedì 13 marzo 2017

{Anna} Licia Collobi Ragghianti ... la mia mamma!




Sono passati già più di 27 anni ma, quando ci penso, mi sembra di trovarmi ancora nella sua camera a Villa La Costa (la grande casa sulle colline di Careggi, così ribattezzata dal babbo nel '55), mentre con tenerezza sfilo dalla sua mano inerte la fede nunziale, che darò a mia sorella perché è la maggiore, e la fedina ferma fede che le avevo regalato perché era così dimagrita che la perdeva, e che porto sempre al dito da allora.
Mi manca!
Quante cose avrei voluto poter condividere con lei, le mie scelte religiose, il mio matrimonio e soprattutto Irene, la mia bimba che ora è grande, e che tanto, ne sono certa, le sarebbe piaciuta e avrebbe sentito vicina e consona.
Mamma era una persona speciale. Nostra Signora della Costa. Così l'aveva chiamata Guido Biffoli, professore per professione e fotografo per passione; non so se con ironia affettuosa o no, ma appropriatamente! Perché questo, in sostanza, lei era.
Nostra perché era sempre disponibile per tutti, anche se occupata a "studiare" o "lavorare", chiusa nel suo studio al primo piano, attiguo alla camera da letto.
Signora.... lo era davvero, in ogni fibra del suo essere! Nel portamento, nei modi, nel parlare (mai ho sentito da lei una mala parola), ma soprattutto nel  
pensare, nel suo essere più interiore. Riusciva ad essere a suo agio lei e a farci sentire chiunque, dal contadino (sono stati grandi amici, lei ed il nostro fittavolo Mario Strambi, avevano in comune, diceva lui, "le nostre parti", lei nata a Trieste e lui contadino toscano che aveva fatto il militare al nord, e spesso ragionavano di proverbi, di verdure, fiori, frutta e di cose profonde) e dai vari domestici (puntuale l'agnello per la cattolicissima Armidina che veniva il giorno di Pasqua e i cioccolatini "dimenticati" qua e là perché li potesse portare alle nipoti... e mangiarsene pure qualcuno) fino ai grandi politici (l'amicizia vera e disinteressata che le dimostrò Amintore Fanfani, essendo un sostegno sia concreto che emotivo per lei: ricordo quanto la commosse profondamente l'enorme mazzo di fiori che le inviò dopo la morte del babbo) o ai grandi artisti dell'epoca (si scoprì molto tempo dopo che Tono Zancanaro "capitava" ogni anno il giorno del suo compleanno, e lo storico dell'arte Aldo Bertini veniva apposta per "la squisita pasticceria" che mamma preparava per lui; e con le mogli dei vari artisti riusciva a stabilire una "amicizia" benché spesso le fossero antitetiche); per non parlare dell'accoglienza riservata agli "scolari" del babbo, sempre affettuosa e partecipe alle loro vite private ... anche se a volte non era d'accordo con le scelte del "Professore" come tutti lo chiamavano.

martedì 22 novembre 2016

Biografia (1) 1978 di Carlo Ludovico Ragghianti

Posta a conclusione del volume "Traversata di un Trentennio", Milano 1978, questa biografia fu impostata da Carlo L. Ragghianti, poi passata a me per elaborarla (allora ero ancora Redattore editoriale in Vallecchi). Fu pubblicata con la firma del suo "storico" allievo e segretario (fine 1945-1952/3) Alfredo Righi, che per consolidata consuetudine prestava talvolta al Maestro la propria firma. In questo caso per sostituire il testo proposto dalla redazione editoriale, approssimativo e fiacco.
Riproporremo anche altre biografie e auto-biografie, soprattutto quelle risultanti dalla corrispondenza. Ragghianti non evidenziava la propria vita, il proprio operato per vanità o per malintesa modestia, si presentava perché fino agli anni '60 almeno, non c'erano abbastanza 
fonti di informazione sulle persone: non c'era Wikipedia, ma poche e non esaurienti erano invece le fonti disponibili. Quindi, soprattutto al di fuori dell'ambito specialistico era talvolta necessario relazionare l'interlocutore della propria personalità. Nei pochi casi in cui si può avvertire un tono rivendicativo ed impositivo, si ricava dal contesto il perché.
Fra non molto tempo, pare che il sito web della Fondazione Centro Studi Licia e Carlo L. Ragghianti di Lucca posterà una biografia di R. accurata, dettagliata ed esauriente (non esaustiva, che è un anglismo dimostrativo della imperizia linguistica di chi lo usa). Quelle attualmente sul web sono francamente penose, quando non imbarazzanti, sia per chi le ha scritte, sia per chi le legge.


Francesco Ragghianti

venerdì 4 novembre 2016

Biographie de Licia Collobi Ragghianti

Licia Collobi est neé à Trieste, ville encore sous l'empire des Hababourg, le 24 août 1914 de Alberto Golubic (par la suite italianisé en Collobi) et Silvia De Domazetovich. Elle a passé sa première enfance à Klagenfurt ù son père, blessé au bras en Galizia en 1915, fut transféré en tant que Commandant du Magasin Militaire. Désormais bilingue elle revint à Trieste avec sa famille après la guerre. Dans cette ville elle a frequenté les écoles primaires, secondaires, le premier an du gymnase et le dernier an du lycée.


giovedì 3 novembre 2016

Profilo biografico di Licia Collobi Ragghianti

Alberto Golubic con in braccio Licia, insieme
alla moglie Silvia de Domazetovich

Licia Collobi è nata a Trieste, ancora asburgica, il 24 agosto 1914 da Alberto Golubic (poi italianizzato in Collobi) e Silvia De Domazetovich. Ha passato la prima infanzia a Klagenfurt dove il padre, ferito a un braccio in Galizia nel 1915, fu trasferito come comandante del Magazzino Militare. Tornata bilingue con la famiglia a Trieste dopo la guerra, Licia vi ha frequentato le scuole Elementari, le Medie, la prima Ginnasio e la terza Liceo.
Data la delicata salute della madre tubercolotica e più volte ricoverata nel Sanatorio di Bressanone, Licia ha qui frequentato la seconda Ginnasio e la prima-seconda Liceo, con esame d 'ammissione alla terza a Trieste, dove si è diplomata con ottimi voti. Madre e figlia ritornano a Trieste nel 1932 e alla fine dell'anno Licia si diploma anche in pianoforte al Conservatorio.
Intenzionata all'inizio a laurearsi in Germanistica, si iscrive alla Facoltà di Lettere di Torino nell'autunno del 1932. Qui ha seguito gli studi in modo brillante ma discontinuo a causa dei frequenti ritorni a Trieste per le sempre più precarie condizioni di salute della madre (che muore nel febbraio 1936), e qui si laurea in Storia dell'Arte nel giugno 1936 col massimo dei voti: centodieci su centodieci e lode, con la tesi su Carlo di Castellamonte, poi pubblicata nel 1937. Nel gennaio di questo anno consegue anche il diploma di abilitazione all'insegnamento della Storia dell'Arte nei Licei, e comincia a pubblicare saggi, contributi e recensioni.

Licia Collobi Ragghianti : A Biography

Licia Collobi was born in Trieste, still under Asburgic domination, on August 24th 1914, to Alberto Golubic (then italianized as Collobi) and Silvia De Domazetovich. She spent the first part of her infancy in Klagenfurt where her father, injured at an arm in Galizia in 1915, had been transferred as Commander of the Military Warehouse. Back in Trieste with her family after the war, being now bilingual Italian and German, Licia attended there Primary School, Secondary School and all the five years of Italian High School.
 Given her mother's poor health, ill with tuberculosis and recurrently hospitalized at the Bressanone Sanatorium, Licia attended in Bressanone the second,third and fourth year of High School, giving her exam of admission to the fifth year in Trieste, where she graduated with excellent marks. Mother and daughter went back to Trieste in 1932 and by the end of the year Licia also graduated as a piano player at the Music Conservatory.