Da
collezionista tardivo di un'opera di Giulio Rontini da Vicchio,
acquistata per l'emozione derivante dalla visione del luogo della
propria residenza, intravisto in un'ottica sospesa, fiabesca, ho
cercato di approfondire la conoscenza di questo pittore, figlio di
pittore, quindi privilegiato nell'approccio al dipingere sulla scia
di reminiscenze macchiaiole e postimpressioniste.
Lo
stile di Giulio da Vicchio (come ha voluto chiamarsi per rispetto
verso il padre Ferruccio e per l'orgoglio del proprio operare) risente intorno
agli anni Cinquanta del clima del cosiddetto “neorealismo”,
espresso al meglio nelle versioni cinematografiche, quindi visive.
L'aspetto
bucolico iniziale permane comunque durante tutta la sua lunga
attività, con una maestria tecnica di alta e sicura discendenza,
interpretata con umiltà francescana, cioè al meglio, lontana dalla
retorica a da facili effetti.
Come
tanti pittori del Novecento Giulio da Vicchio non si è fatto
sopraffare dai movimenti astrattisti, informali, addirittura
concettuali fino all'ingiuria del fare . Egli invece ha lavorato con
le proprie mani guidate dall'impulso saldo e coerente del cervello.
Inoltre, quando certi stilemi “moderni” gli erano consoni non si
negava di interpretarli, di immetterli nel proprio “universo”.
Nell'ambito
del bozzettismo a volte soverchiante nella “scuola labronica”,
Giulio da Vicchio è atipico, perché la sua pittura non ha – e
non vuole avere – risvolti o pretese ideologiche; il ductus del suo
dipingere è fermo, coerente, sempre controllato da emotività
radicata espressa con alta professionalità.
Sul piano critico su di lui ho cercato fonti stimolanti con modesti risultati, il che non è poi tanto sorprendente proprio perché si tratta di un artista autentico che va assunto tale e quale si esprime senza pregiudizi o intenzioni impositive sul suo pensiero. Per fortuna un gruppo di amici e di estimatori dell'artista si è unito all'editore Pagliai di Polistampa per realizzare nel 1996 una imponente monografia di 300 pagine contenenti 122 tavole
di dipinti di Giulio da Vicchio, ottimamente stampate a colori (ci sono anche delle illustrazioni in b/n, però si tratta di opere non rintracciate per poterle fotografare a colori). Ho acquistato il libro e da esso traggo le illustrazioni e i documenti di questo post.
Il
dipinto che ho acquistato nel 2023, al quale ho dato il titolo
Apparita di Vicchio è
riprodotto nel post del 31 dicembre 2024 “Ragghianti a Vicchio
1999-2024” assieme al sonetto sul quadro.
Dopo
le illustrazioni riporto dalla citata monografia su Giulio da Vicchio
il suo scritto intitolato Percorso, concetti e riflessioni
di carattere autobiografico,
sincero e più illuminante di tanta letteratura critica.
Non
mancano nel libro l' Antologia della critica, l'elenco delle
principali esposizioni sull'artista e quattro testimonianze critiche
di Enrico Carlisi (Un pomeriggio di mezz'agosto),
di Piero Manetti (A Giulio),
di Mario Michelucci (Note critiche)
e infine di Pietro Caprile (Pittura e socialità in
Giulio da Vicchio).
In
conclusione ritengo che l'opera di Giulio da Vicchio vada valutata di
nuovo ed inserita con e per equità storiografica all'interno del
panorama già consacrato degli artisti del Novecento. Recuperandone
l'originalità in parallelo con quei valori storicizzati nelle
“classifiche” ufficiali, alcuni pittori come Giulio da Vicchio
vengono – spesso con ragione, più sovente per semplificazione –
esclusi o relegati in in ambito localistico parallelo ed oscurato
perché stigmatizzati come piatti prosecutori di una tradizione a
loro immediatamente precedente.
Recuperare,
in certi casi rivalutare artisti misconosciuti e marginalizzati ma
concretamente espressivi è da parte della critica doveroso e,
talora, viene effettuato.
Al
riguardo, a mo' d'esempio, cito volentieri il caso del “recupero”
di Emilio Malerba proposto con esauriente catalogo in una mostra
prestigiosa (fino a giugno 2026 inoltrato) nei locali della
Fondazione Ragghianti di Lucca.
F.R.
(10 marzo 2026)
