Carlo e Licia

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giovedì 20 agosto 2026

Precedenti al "Libro de' disegni" del Vasari, di Licia Collobi Ragghianti.

In circostanze prossime ricorderemo gli studi di Carlo L. Ragghianti su Giorgio Vasari, da quelli determinanti della giovinezza alle polemiche sugli affreschi della Cupola del Duomo di Firenze.

Di questo post, invece, sono oggetto le ricerche e i contributi sull'artista toscano di Licia Collobi, moglie e collaboratrice paritaria del coniuge in alcuni aspetti del loro vastissimo impegno intellettuale. In particolare, salvo la stesura della Introduzione nelle varie edizioni delle Vite (Classici Rizzoli), l'apporto degli autori non è praticamente distinguibile.

Comunque per meglio orientare il lettore, sul nostro post del 26 settembre 2021 è stata pubblicata una “Appendice” degli scritti di Licia Collobi sul Vasari, alla quale al termine delle rievocazioni vasariane che qui iniziano sarà possibile includere alcune voci assenti nella suddetta “Appendice”.

Frutto di collaborazione risulta l'articolo che in “seleArte” (n. 66, 1963) lo stato dispersivo e carente di quello che allora era ancora quasi mitico, noto soltanto con isolati contributi all'oscuro della effettiva consistenza del “Libro de' Disegni” del Vasari.

Il successivo studio di Licia Collobi (in “Critica d'Arte”, n. 116, 1971), con lo stesso titolo del precedente, fa il punto sullo stato delle proprie ricerche, così come avviene nel successivo articolo (Il Libro de' Disegni e i ritratti per le “Vite” del Vasari, “Critica d'Arte”, n. 117, 1971). Anche le due pagine dal fascicolo n. 121 della rivista (1972) costituiscono un'aggiunta e un “errata corrige”.

I nostri prossimi post su questa importante serie, saranno la riproposta del fascicolo monografico di “Critica d'Arte”, con i disegni di architettura del famoso e disperso “Libro de' disegni” del Vasari.

F.R. (25 giugno 2026)



Da "seleArte", n.66, 1963.

giovedì 29 dicembre 2016

Ragghianti e la propria immagine fisica.

Una contraddizione inspiegabile e' l'atteggiamento di C.L.Ragghianti nei confronti dell'essere ritratto. Lo e' stato sempre poco e inevitabilmente in fotografia, quasi mai e sempre a memoria o su traccia fotografica dal ritrattando, artista, dilettante, figlio o nipote che fosse.
Atteggiamento certo non legato a tabu' antropologici (oddio, mi rubano l'anima!), ne' a una natura personale particolarmente schiva o solitaria. Anzi, R. era assai socievole e d'approccio tendenzialmente cordiale e disponibile. Per di piu' era consapevole di essere un uomo pubblico e quindi accettava gli oneri della propria posizione di ideologo e politico. Inoltre, come intellettuale, ben conosceva i precedenti storici e le teorie moderne e contemporanee sulla visibilita' pubblica. Quindi nessun rifiuto pregiudiziale, nessuna ostilita' preconcetta, nessun trauma psicoanalitico.
Sono anni che mi pongo alcuni interrogativi circa la personalita' e i comportamenti di mio padre, sia come figlio che come aspirante interprete cronachistico di un personaggio cosi' variegato e coerente. Per affinita' a questo aspetto, almeno in relazione all'immagine pubblica, penso al suo rifiuto costante (tranne una volta, per "Amor di Patria", comunque accettazione non disdicevole, di cui forse scrivero' in altra occasione) di onoreficenze italiane e straniere (De Gaulle mando' a Firenze nel 1967 Gaston Palewski per insistere circa una "legion d'honneur" gia' cortesemente rifiutata). Questo suo comportamento derivava dalla giovanile adesione ad un marxismo socialista con indubbi legami con persone ed ambienti anarchici. Deriva da Ferrer, dalla Guerra di Spagna, persino da una costante riflessione sulla purezza dell'atteggiamento cristiano.