Carlo e Licia

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domenica 1 ottobre 2017

{glossario} ARTE, 1


Questa rubrica ha l'intento di definire, con un aforisma, un esempio, un'argomentazione essenziale e possibilmente stringata, un concetto che altrimenti per essere svolto richiederebbe uno studio complesso ed articolato. Perciò per il lemma ARTE, che implica una complessità veramente impressionante, viene proposto qui un aforisma di Carlo L. Ragghianti. Naturalmente nel tempo seguiranno altre interpretazioni generali e particolari, anche dello stesso autore. Mi fa piacere ricordare che il testo è riprodotto dal volume Per mio conto e fuori dalle convenzioni scientifiche. Carlo L. Ragghianti, scritti 
sull'architettura del XX secolo (bel titolo, molto suggestivo) edito nel 2015 dalla Fondazione Ragghianti di Lucca. Questa citazione è stata posta in “esergo” - parola che da qualche tempo vedo esser cara a molti accademici, usata in luogo di “citazione di apertura” in un libro – dell'eccellente antologia, ben stampata, forse un po' carente di illustrazioni, curata da Valentina La Salvia con affettuosa partecipazione nei confronti dello scomparso studioso lucchese. Difatti questa giovane e valida studiosa a p. 12 del libro pone la seguente motivazione circa il proprio lavoro:

venerdì 1 settembre 2017

{glossario} Migrazione 1 - "Aiutiamoli a casa loro"

La migrazione, cioè l'insieme di immigrazione e di emigrazione, costituisce fin dagli albori della specie il più importante motivo di dissidio e di guerra tra gruppi costituiti e in qualche modo socialmente organizzati di esseri umani.
In questo momento storico, soprattutto per il mondo cosiddetto occidentale (prevalentemente vissuto da l'uomo bianco), è soggetto di bruciante attualità e, per di più, è gravido di disastrose conseguenze.
Per cercare di evitare catastrofi certe ed incalcolabili nelle terrificanti conseguenze è imperativo che le “classi dirigenti”, tutti i detentori del potere nazionale, contribuiscano ad individuare vie di attenuazione e di soluzione efficaci – seppur inevitabilmente temporanee – che consentano una prospettiva di sviluppo alternativo ai regressi verso antiche e recenti (1933-45) barbarie.
Il nostro Presidente della Repubblica nello scorso luglio ha sottolineato la gravità della situazione e, in alcuni stringenti interventi, ha manifestato la propria preoccupazione per l'avvenire della Patria, dei cittadini, dell'Europa. Egli – “con insolita durezza”, rileva un noto cronista politico – a proposito di immigrazione ha detto che “battute estemporanee al limite della facezia non si addicono al dialogo e al confronto internazionale”, che “il mondo di oggi non  

può essere considerato un'arena nella quale siano in brutale competizione sovranità impugnate come clave in una logica di antagonismo o addirittura di scontro”. Il nostro blog non si occupa di politica se non in un'ottica storica o che implica Ragghianti, non “milita” in nessuna area dello schieramento partitico o associativo contemporaneo, però non può sottrarsi da considerare il futuro di chi scrive, di chi ci è caro, dell'avvenire collettivo comunque inevitabile. Vittime si può divenire, complici no. 
Per questo motivo sulla migrazione vogliamo almeno contribuire a “smontare”, a ridicolizzare, a vanificare la capziosa panzana dell' “aiutiamoli a casa loro”. 
Quindi, per sgombrare il campo “minato” di questo colossale problema analizziamo almeno questo argomento più, troppo gettonato come soluzione possibile. Indicarlo come panacea, infatti, è soltanto ipocrisia, superficialità o malafede irresponsabile. 
Di conseguenza per dimostrare la mistificazione insita in “aiutiamoli a casa loro” ci sembra opportuno citare le convincenti, esemplari parole che il direttore di “Internazionale”, Giovanni De Mauro, ha espresso il 14 luglio 2017 nel suo articolo di fondo, che di seguito riportiamo.
“Le frasi di Matteo Renzi sui migranti (“Noi non abbiamo il dovere morale di accoglierli, ma abbiamo il dovere morale di aiutarli a casa loro”) non sono un inciampo o un errore di comunicazione. Sono invece un buon indicatore dell'umore generale, perfino a sinistra. Un umore che Renzi asseconda e cerca di sfruttare, anziché combattere. Ma l'idea di “aiutarli a casa loro” è un bluff, un modo neppure troppo elegante di lavarsi le mani della questione. Perché se si fanno due conti, come li ha fatti Ilda Curti, esperta di relazioni internazionali e in passato assessore di Torino, si capisce subito che “aiutarli a casa loro” comporterebbe costi, non solo economici, di gran lunga superiori ad “accoglierli in casa nostra”. Bisognerebbe smettere di vendere armi e tecnologie militari ai regimi autoritari (l'Italia è l'ottavo paese al mondo per esportazione di armi); sospendere ogni forma di sostegno economico ai governi corrotti; interrompere lo sfruttamento delle regioni da cui proviene gran parte delle materie prime di cui hanno bisogno le nostre industrie; affrontare e combattere seriamente il cambiamento climatico; investire in scuole, ospedali, sviluppo locale, infrastrutture, tecnologia, energia rinnovabile, reti di mobilità sostenibile; combattere l'economia dello sfruttamento, quella che ci fa trovare i pomodori a un euro al chilo nei supermercati; aprire canali umanitari che tolgano ossigeno a trafficanti e mafie; riformare e dare autorevolezza alle istituzioni internazionali, cedendo tutti un po' di sovranità nazionale. E molto altro ancora, con l'obbiettivo di combattere le disuguaglianze globali e pronti a rinunciare a parte dei privilegi dell'essere nati casualmente da questa parte del mondo. Ecco, per aiutarli davvero “a casa loro” bisognerebbe fare tutto questo. Ma è chiaro che nessun leader europeo ha realmente intenzione di farlo. Perché vorrebbe dire fare la rivoluzione.”

martedì 15 agosto 2017

{glossario} Solitudine

Lo stare da soli ed essere soli
non sono affatto, sai, la stessa cosa.
Non è ostentazione né una posa
distinguere antitetici i ruoli.

Nel primo caso ti concedi voli
pindarici in poesia ed in prosa;
nell'altro anima nuda che non osa
sei, con paure terribili a stuoli.

Dunque con tanti lati positivi
il solitario può ben convivere.
Nella solitudine negativi

sono tutti gli aspetti del vivere:
costanti di morte e recidivi
hai pensieri orrendi da rivivere.

18 Marzo 2017, dopo le 24.

sabato 15 luglio 2017

{glossario} RESPONSABILITA'


La responsabilità, ed intendendo la responsabilità nel senso più ampio e più profondo della parola, quindi “la responsabilità per il mondo”, è una delle caratteristiche umane più interessanti e al contempo più misteriose. Tutti sappiamo cosa significa questa parola e nessuno sa da dove proviene. La responsabilità non è una caratteristica qualunque tra le caratteristiche umane. La psicologia o le altre scienze non sono sufficienti in questo campo. Essa infatti li eccede, non si riferisce solo al nostro ambiente circostante, non è quindi un mero riguardo a cosa penserà la gente.
Ma è fatalmente legata a ciò che è “oltre” ogni “oltre”: all'assoluto, all'intera memoria dell'esistenza, all'ultimo e supremo giudizio, al senso di tutto ciò che esiste. La sola cosa importante per la nostra responsabilità è quale traccia lasceremo. Tutto il resto è superfluo.
Quando ero in carcere e molti mi chiedevano perché mi ci trovavo, quando bastava così poco per non esserci, ho riflettuto molto sulla responsabilità e le ho dedicato molta attenzione nelle mie lettere a casa. Finalmente di ritorno, ho scritto un saggio intitolato Responsabilità come destino. […]  




Cosa posso aggiungere oggi all'idea che la responsabilità per il mondo è semplicemente un pezzo del destino umano, indifferentemente da come ognuno di noi la percepisce o la assume?Mi sento tuttavia di aggiungere e sottolineare altre due cose.
In primo luogo: esiste un confine molto labile tra forzata responsabilità per il mondo e ossessione. E talvolta, molte volte troppo tardi, l'ammirazione per l'immensa volontà altruistica di aiutare il mondo si trasforma nell'orrore di uno strano bagliore che spunta dagli occhi dell'ammirato. E' l'orrore delle catastrofi, ove il bisogno dell'ossessionato di compiere il bene può far precipitare l'umanità alla luce di ciò che lui stesso intravede in questa parola, “modellare” il mondo.
In secondo luogo: come evitare che un ammirabile altruista diventi uno spaventoso maniaco? C'è un solo modo: la leggerezza. Quanto più gli obiettivi che persegue l'uomo sono impegnativi, tanto più dovrebbero essere visti da una prospettiva più alta. L'uomo dovrebbe essere in grado di percepire le dimensioni grottesche delle proprie azioni, saperci riflettere e valutare con distacco, ironia, scetticismo, con la consapevolezza di fondo, che comunque tutto è assurdo. Il mondo deride sempre gli eroi, gli idealisti, i sognatori, gli operatori umanitari o gli attivisti sindacali (termine orribile). L'importante è che sotto tale pressione essi stessi non diventino troppo seri, non comincino a commuoversi per l'ingratitudine del mondo, per la loro difficile sorte e, di conseguenza, a rinchiudersi in se stessi, tra se stessi, ad imprigionarsi nella sensazione di un'eccezionalità incompresa e a scivolare così dal mondo degli altruisti al pericoloso mondo dei maniaci.
Credo semplicemente che gli altruisti, avvertendo la responsabilità per tutto il mondo e gettandosi ripetutamente, accompagnati dalle beffe, nelle proprie avventure donchisciottesche, nell'interesse proprio e in quello generale, dovrebbero saper ridere di se stessi. D'altronde, quando l'ironia del deridente viene confrontata con quella del deriso, spesso dal volto si spegne il sorriso per lasciar posto alla smorfia. 
                                              Vàclav Havel

Questo testo, esemplare, dell'eroico oppositore alla dittatura sovietizzante esercitata in nome del popolo sui popoli ceco e slovacco, è tratto da un più ampio saggio comparso nelle pagine culturali de “La Repubblica” quasi dieci anni fa (13 novembre 2007). Mentre noi lo abbiamo letto, ritagliato e conservato, ci sembra che invece coloro cui principalmente era 

martedì 27 giugno 2017

{glossario} Storiografia della cultura



Carlo L. Ragghianti a Lino Moretti, 12 maggio 1955
Per il testo completo di questa lettera vedere SeleArte, IV serie, n. 24, pp. 17-19, di prossima pubblicazione in questo blog.

sabato 24 giugno 2017

{glossario} Guerra

Il soprastante estratto di John Keegan (1934-2012, storico inglese specializzato in eventi bellici) descrive l'atteggiamento di cristiani e islamici riguardo all'ammissibilità dei conflitti. E' quindi questo un argomento di attualità.
Però l'orrenda presenza costante su questo piccolo, meraviglioso ed unico pianeta (che contiene l'umanità tutta e contemporaneamente quella buona e quella malvagia, quella colta e tecnologica e quella primitiva e protostorica, quella di tante sfumature di colore della pelle) è la GUERRA.
Difatti - va ricordato per l'oggi ma vale anche per il prima - dal 1 maggio 1945 non c'è stato un solo giorno nel quale non si guerreggiasse con la totalità degli strumenti "convenzionali" di morte a disposizione dei singoli contendenti.
Dato che potrebbe essere d'utile riflessione, ricordo che in questo blog pubblichiamo "SeleArte", IV serie (1988-1998) nella quale sono stati già postati 13 fascicoli (cui seguiranno gli altri dal 14 al 26), 
all'interno dei quali sono stati editi i seguenti "articoli" riguardanti la guerra: n.5, p.18; n.9 pp.1,6-12,48-51; n.10, p. 1,64; n.3, p. 52:aforismi; n.9, p.48:guerra civile; n.4, p.38:guerre di liberazione; n.5, p.25:guerre mondiali. Inoltre è stata riportata la toccante corrispondenza tra Carlo Cassola e Ragghianti su guerra e pacifismo: n.6, pp. 36-37; n.9, pp. 48-51.
Tengo, infine, a sottolineare in questa sede e a seguito del precedente elenco che i coniugi Ragghianti erano pacifisti (non seguaci di Capitini, benché molto amici del filosofo), così come lo siamo i figli Anna, Rosetta e Francesco e la giovane Irene figlia di Anna. Non violenti sì ma non disposti - ciascuno a suo modo - a subire sopraffazioni ingiustificate, né a sottostare a situazioni che minacciano la nostra vita, quella dei nostri cari, quella degli amici e quella del popolo italiano che, volente o nolente, è il custode della propria lingua e della propria storia.

martedì 6 giugno 2017

{glossario} SUV



La vignetta, elegante, mostra il progredire del concetto estendendolo dall'automobile alla bicicletta; da questa, quando ai pattini e alle scarpe? Il SUV (acronimo di Sport Utility Vehicle, in realtà f.f. di fuoristrada) riflette generalmente nei suoi possessori una mentalità specifica: quella di chi vuole e non può o non ce la fa; raramente viene usato per le destinazioni progettuali, per le quali - per altro - ci sono mezzi più idonei e funzionali. Il SUV, quasi sempre acquistato come aggressivo strumento-minaccia di sopraffazione risulta una mania diffusa tra piccoli uomini che cercano in una protesi rassicurazione e così compensare le
proprie insufficienti prestazioni. Chissà se è ancora in commercio il fango spray che trent'anni fa veniva spruzzato per mostrare una illusoria pratica di impervi sentieri. Direi di no; questi SUV, specie quelli mastodontici, li vedo sempre lucidi, riflettenti deformata la realtà circostante.
I SUV sono macchine spropositate e sovradimensionate rispetto alle corrette esigenze; sono simboli di status coerenti con questa società impaurita e disorientata. Per di più i SUV, parcheggiati o circolanti, rompono quasi sempre quel che non si dice ma si pensa.
F.R.

lunedì 1 maggio 2017

{glossario} Ateismo

Sette anni prima di essere cooptata tra gli “Immortali” dell'Académie Française, nel 2004 la saggista e romanziera francese Danièle Sallenave (n. 1940) pubblica “Dieu.com” (Gallimard),un saggio polemico in cui critica l'ingombrante presenza delle religioni nella nostra società ed auspica “un ateismo filosofico cosciente e responsabile”. Da sue dichiarazioni alla stampa (l'Espresso, 13 maggio 2004) ricaviamo una definizione sintetica e chiara di “Ateismo”.

E' ateo chi non ha bisogno di un dio per spiegare le leggi di natura, le istituzioni umane, il senso e l'organizzazione della vita. Essere atei significa rifiutare una giustificazione sovrannaturale del mondo, sul piano etico-morale come su quello scientifico. Per altro, proprio la tecnologia contribuisce a volte allo sviluppo di credenze pseudo-religiose.
Purtroppo il successo della scienza non implica un razionalismo diffuso e condiviso. Anzi, l'incapacità di comprendere e dominare tecnologie sempre più sofisticate facilita l'oscurantismo moderno e l'idolatria. Il risultato è un mix di superstizione e di tecnologie avanzate che produce una visione magica del mondo, al cui interno c'è un ampio spazio per la religione. Abbiamo bisogno di adorare ciò che non siamo in grado di capire.
Molte persone non sanno bene cosa sia l'ateismo, ma in maniera confusa lo sentono come una porta aperta verso ogni forma di depravazione. Vale ancora la vecchia paura dei moralisti: se Dio è morto, allora tutto è permesso. 

Per costoro, è la fine di ogni morale e di ogni possibilità di vita collettiva. Il che equivale a considerare la divinità un gendarme che ci obbliga a rispettare le leggi. Non mi sembra però che i grandi crimini contemporanei siano commessi in nome dell'ateismo. Al contrario, l'ateismo è una immensa responsabilità affidata a ciascuno di noi. E' proprio perché non siamo soggetti a leggi divine, dobbiamo essere responsabili e fare da soli, mostrandoci capaci di elaborare un nostro sistema di valori etico-morali.
Io sono per un ateismo cosciente che si traduce in un impegno costante. Ciò significa denunciare tutte le forme del pensiero religioso presenti più o meno insidiosamente nella nostra vita per non subire passivamente la religiosità diffusa che ci viene imposta dai luoghi comuni della cultura dominante. Occorre difendere la laicità e ritrovare il nostro senso critico. Solo così il diritto di credere e quello di non credere saranno sullo stesso piano.

Non voglio dire che si debbano sradicare le religioni. Solo un tiranno come Stalin poteva pensare una simile assurdità. Si tratta invece di sviluppare un polo di pensiero ateo, capace di fare da contrappeso alla progressione incontrollata del discorso religioso. Occorre mostrare cosa significa vivere e fondare un'esistenza senza il concorso della religione. Bisogna tornare ai pensatori che si sono liberati dal pensiero religioso, a cominciare da Voltaire. Bisogna far circolare il loro pensiero.


martedì 25 aprile 2017

{glossario} STORIA 3

Imperversando ancora una volta - peggio dell'annuale epidemia delle influenze, perché più letale sia per il corpo che per lo spirito - una ondata infettiva di "negazionismo" e del suo insidioso complice, il "relativismo", sul "Corriere della Sera" si sviluppò un costruttivo ed equilibrato dibattito. Aprì la discussione l'intervento dello storico Sergio Luzzatto incentrato sull'analisi della rimozione del passato e sulle nefaste conseguenze di questa troppo diffusa forma di ignoranza non sufficientemente contrastata dall'antifascismo, di cui l'autore esamina le cause.
Sembra evidente, purtroppo, che i principi costituzionali e democratici si stiano logorando (a causa dei comportamenti, che costituiscono 
una sorta di "tradimento", degli intellettuali e dei politici soprattutto, dico io ) e che incidono sempre meno sulla formazione e l'ordientamento dei nostri concittadini, così portati da sempre a sguazzare nell'alibi della non conoscenza, della smemoratezza.
Penso che l'aspetto meno noto o scontato del dibattito si trovi nel contributo dello storico Giorgio Rumi (1938-2006) un cattolico liberale di tradizione lombarda (riferibile cioè ad Alessandro Manzoni ed ad Arturo Carlo Jemolo, per es. ). E' uno scritto chiaro, tuttora valido per impostare il proprio orientamento metodologico e i propri convincimenti civili, sociali, politici.
Francesco Ragghianti



domenica 12 marzo 2017

{glossario} Un concetto di CULTURA 2

L'estratto che segue proviene dalla terzultima lettera (datata 21.12.1986, pubblicata in “SeleArte” IV serie, n. 15, 1992, pp. 88-90 in facsimile calligrafico) ad Emilio Greco ed è scritta con caratteri minuti ed ancora regolari da Carlo L. Ragghianti poco prima della lunga degenza e del decesso. Il critico si congeda dal 
vecchio e caro amico scultore con considerazioni di particolare apprezzamento per la poeticità del suo operato, redigendo anche un'ulteriore, e forse finale, riflessione sul concetto di cultura che “illumina la verità della poesia e dell'arte”.
F.R.