Da più di diciotto anni, ogni mattina scendendo le scale che dalla camera da letto portano allo studio, il mio sguardo è catturato e saturato dall'inquietante e drammatica “Natura Morta Algerina” (1962); ogni sera salendo le stesse scale per andare a dormire il mio sguardo è catturato e saturato dall'imponente e straordinaria “Natura morta con sedia” (1964). Sono due capolavori del pittore Fernando Farulli, che non ho dubbi nel considerare le due più belle opere sue tra quelle guardate di persona e tra quelle viste in riproduzione.
Questa privilegiata consuetudine mi ha indotto a scegliere adesso Farulli per la serie di rievocazioni che postiamo nel nostro blog “Ragghianti e Collobi”, la cui sequenza è in parte volutamente asistematica. Preparando i materiali da utilizzare, scopro che all'inizio di febbraio è ricorso il ventesimo dalla morte di questo artista che, stante il divario di età, non posso definire un amico, però posso considerarlo una gradita e significativa presenza nella mia infanzia e dall'adolescenza alla gioventù.
Nel dopoguerra, come diversi altri artisti, Farulli ebbe lo studio nelle “soffitte” di Palazzo Strozzi, di conseguenza la sua presenza nei locali del sottostante Studio Italiano di Storia dell'Arte prima poi de “La Strozzina” per incontrare amici come Righi, Santini, Federici, Forti, Savanuzzi, Parronchi, nonché talvolta Carlo L. Ragghianti era frequente. Così altrettanto frequente era la mia presenza per cui (oltre andare ad incontrare il babbo, o al
Vieusseux per prendere libri da leggere o perché, in giro per la città, non avevo voglia di tornare a casa) mi trovavo spesso e volentieri ad assistere alle vivaci discussioni tra quei giovani intellettuali e Farulli o altri loro amici artisti.
Grazie all'ineffabile Alfredo Righi, segretario di Ragghianti dal 1946 al 1954, quando egli andò ad Ivrea a fare il funzionario del Movimento di Comunità di Adriano Olivetti, ricordo almeno due circostanze piuttosto curiose circa i miei rapporti con Farulli. Allora Righi abitava con la madre ed il di lei bonario compagno di cui mi sfugge il nome, all'inizio di Borgo S. Jacopo sulla sinistra, subito dopo l'edificio della scuola magistrale Capponi, all'ultimo piano di una casa al cui piano terreno c'era una spelonca (già deposito di carbone?) adibita a trattoria, sudicia e specializzata in cibi plebei quali salsicce con fagioli, che però frequentai – poco – da studente universitario. La vista dall'altana di quell'abitazione praticamente affacciata sull'Arno era, come oggi si dice abusandone, davvero “mozzafiato”. Lì Alfredo organizzò una burla ai danni della nonna materna un po' “tocca”, molto petulante e furba come una faina, la quale si comportava altezzosamente con i familiare perché era stata a servizio (e non solo quello, mi parve di capire) di un noto principe siculo. Lo scherzo consisteva nel gabellare un “attore” fatto passare per principe toscano omaggiato dalla famiglia – così nobilitata – e dai suoi amici più fidati ed “illustri”.
