Carlo e Licia
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giovedì 13 giugno 2019
martedì 11 giugno 2019
“Critica d'Arte” acquisita dalla Fondazione Ragghianti.
Dall'inizio di quest'anno la Fondazione Centro Studi Licia e Carlo L. Ragghianti di Lucca ha acquistato dal fallimento U.I.A. di Firenze la rivista “Critica d'Arte”, fondata nel 1935 da R. a da lui diretta fino alla morte il 3 agosto 1987, e di cui per quasi trent'anni io sono stato redattore unico dal 1968.
Ci siamo rallegrati col Direttore della Fondazione, Paolo Bolpagni, per questa determinante acquisizione, la quale impone un periodo di riorganizzazione dopo gli ultimi venticinque anni di inevitabile declino, soprattutto dell'aspetto metodologico e problematico.
A questo proposito mi permetto di suggerire per la riflessione in
Ci siamo rallegrati col Direttore della Fondazione, Paolo Bolpagni, per questa determinante acquisizione, la quale impone un periodo di riorganizzazione dopo gli ultimi venticinque anni di inevitabile declino, soprattutto dell'aspetto metodologico e problematico.
A questo proposito mi permetto di suggerire per la riflessione in
corso circa come procedere al ri-lancio della rivista quasi centenaria con l'invio della trascrizione (causa il cattivo stato dell'originale) della parte di lettera inerente l'argomento che C.L.R. inviò l'11 novembre 1970 a Giovan Battista Vicari. In essa il Direttore di “Critica d'Arte” con alcune osservazioni indica come sopperire alla pubblicazione di un organo come la “Critica d'Arte” tenendo conto delle inevitabili e determinanti esigenze della maggior parte degli abbonati e degli acquirenti, senza rinunciare agli aspetti veramente caratterizzanti e originali, cioè di metodo critico (come indicato dal titolo stesso della pubblicazione).
F.R. (31 maggio 2019)
domenica 9 giugno 2019
Arte degli Ittiti, 2.
In
Arte Ittita, 1, postato il 23
agosto 2018, oltre alla peculiarità e al fondamento del tema, nella
nota iniziale di presentazione sottolineai l'ignobile comportamento
degli "amici" USA nei confronti degli attuali discendenti
degli Ittiti indoeuropei, cioè il popolo curdo
disperso tra l'Anatolia, Siria, Iran, Iraq, ecc. Questa popolazione
che come sempre si batte per ottenere uno stato territoriale o almeno
delle larghe autonomie di cui beneficiano in Europa tante
popolazioni, in Italia Altoatesini e Valdostani e per certi versi
Siciliani e Sardi. Al momento odierno il popolo curdo è perseguitato
soprattutto in Turchia anatolica e in Siria dai turchi "liberatori".
La Turchia repubblicana adesso anche "sovranista" e
musulmana integralista, persegue la politica razziale dalle origini
del paese con una recrudescenza di nazionalismo
identitario radicato nella complicità collettiva del genocidio, già praticato
sugli Armeni e sui Greci residenti da secoli in territorio turco.
Adesso tocca ai curdi con un'escalation
preoccupante e vergognosa.
In
questo secondo post riguardante gli scritti sull'argomento di Licia
Collobi (il cui nome di battesimo deriva dall'omonima antica regione
anatolica, tramite – temo – il Quo-Vadis?
- celeberrimo romanzo di Henry Sienkievicz, la cui lettura
suggestionò la madre Silvia Domazetovich) prosegue (salvo errori ed
omissioni involontarie) quanto riferito in "SeleArte"
(1952-1966) circa la cultura, l'arte e la misteriosa lingua di una
popolazione presente da quattro millenni nella martoriata regione
mediorientale.
F.R.
giovedì 6 giugno 2019
Arte Moderna in Italia 1915/1935. Schede Redazionali 1 - NANNINI, BARILLI, MONTECECON, ROMANELLI, DANI, DREI, FRISIA.
Stante il fatto che sono
rimasti da riproporre e commentare quasi soltanto gli artisti le cui
schede sono state scritte da studiosi differenti da Ragghianti e, per
quel che lo riguarda, devono essere postati soltanto artisti di
“grosso calibro” come Morandi, Carrà ecc., ai quali in questa
sede verrà dedicata una “monografia” (come nel caso del già
pubblicato Luigi Bartolini, vedere post del 15 aprile 2018), mi pare
opportuno cominciare a ricordare quei pittori e quegli scultori la
cui scheda è stata scritta redazionalmente, usando un'apposita
sezione caratterizzata anche dal diverso colore del logo iniziale.
Con questa prima serie di
artisti, riportati in ordine cronologico come nel Catalogo della
mostra del 1967, inizia la sequenza di post la sua scheda è firmata
“Red.”, cioè redazione.
Ricordo che questi testi sono stati scritti da Carlo L. Ragghianti e, per
quanto riguarda i
collaboratori, praticamente soltanto da Raffaele Monti, segretario
generale della mostra, secondo le direttive metodologiche dello
studioso lucchese. E' bene tenere presente,
altresì, che in questa sezione non si
trattano necessariamente artisti minori ma – anche artisti di cui
nessun critico interpellato voleva assumersi la paternità di
giudizio e casomai artisti trascurati dalla cultura contemporanea
presente nei Comitati tecnico e di consulenza, composti da critici
molto noti e qualificati, i quali sono talvolta anche troppo
“specialisti” in determinati movimenti, in zone geografiche o in
periodi cronologici. Per ciascun maestro, oltre alla scheda del
Catalogo saranno riportate altre opere significative, documenti,
eventuale corrispondenza con C.L.R. e quant'altro si è potuto
scovare e ricordare di abbastanza poco noto, interessante o negletto.
domenica 2 giugno 2019
Dichiarazione Universale dei diritti umani.
Con
rammarico esistenziale constato il quotidiano stillicidio della
perdita dei “diritti”, o parte di essi, sia là dove ci vien
detto che sono misure temporanee adottate per difendere i cittadini
da pericoli e violenze, sia là dove più brutalmente nelle
cosìddette democrature (ad es. Ungheria, Russia, USA con le sue
muraglie infami). Nelle dittature vere e proprie, più o meno
macherate (es. Turchia) o totalitarie (es. Corea del Nord) le
nefandezze contro gli umani (che diritti non hanno o sono pochi e
soltanto formali) sono esplicite. Oltre a questi accertamenti,
verifico con indignato rammarico la scarsità, la pochezza, l'inerzia
delle resistenze a queste violazioni dei diritti dell'umanità. Non
mancano nemmeno disgustose e colpevoli giustificazioni e negazioni di
questi miserabili attentati alla dignità dell'uomo.
A
mo' di esempio ricordo soltanto un caso italiano: lo smantellamento
dello Statuto dei lavoratori,
che il benemerito e ostinato compagno socialista (di quelli veri, non
craxiani) Giacomo Brodolini riuscì a far approvare anche dalla
Democrazia Cristiana. Ricordo anche che il colpo di grazia allo
Statuto è dovuto a
mani sedicenti democratiche con l'abolizione dell'articolo 18. Esso è
stato “dapprima modificato nel 2012 dalla riforma del lavoro
Fornero, è stato abrogato il 29 agosto 2014, in seguito alla
attuazione del Jobs Act da parte del governo Renzi, attraverso
l'emanazione di diversi provvedimenti
legislativi varati tra il 2014 e il 2015”. Incredibile
dictu! Nemmeno il
tatticismo del peggior Togliatti avrebbe osato tanto! Già, però
solo l'odierno Partito Democratico è stato scalato e lo è tuttora
(Calenda, sul piano nazionale) da avventurieri della politica: e gli
iscritti e gli elettori – mi dispiace dirlo – sono stati complici
in buona parte, e tuttora lo sono perché niente fanno per
ripristinare l'articolo 18 e in generale la riproposizione dei
principi fondanti il socialismo e la prassi del vero
solidarismo cattolico. .
Forse c'è poco da aspettarsi, certo ci vogliono
risposte forti, severe, decise. Certo è che questo declino di
civiltà è dovuto in gran parte alla mancanza di reazioni
proporzionate alle offese. Queste mancanze dipendono prevalentemente
da ignoranza, la quale dilaga là dove non c'è memoria storica.
Perciò con lo scopo di contribuire a suscitare, stimolare il
recupero di memoria riproduco in questo blog la Dichiarazione dei
Diritti dell'Umanità approvata settantuno anni fa quando l'
Organizzazione delle Nazioni Unite (O.N.U.) contava poche decine di
Stati indipendenti più o meno democratici che avevano
sconfitto i nazifascisti. Alcuni, come l'URSS coi satelliti Bielorussia e Ucraina, predicavano bene e razzolavano male. Dunque,
“il 10 dicembre 1948, a Parigi, l'Assemblea generale delle Nazioni
Unite approvò la Dichiarazione Universale dei Diritti
dell'Uomo. Si astennero: il
Sudafrica, a causa dell'apartheid, che la Dichiarazione condannava di
fatto; l'Arabia saudita analogamente, a causa della parità
uomo-donna; l'Unione sovietica (Russia, Ucraina, Bielorussia), la
Polonia, La Cecoslovacchia e la Jugoslavia, perché ritenevano che la
Dichiarazione non entrasse a sufficienza nel merito dei diritti
economici e sociali e della questione dei diritti delle minoranze; da
notare che la Russia si oppose alla proposta australiana di creare
una Corte Internazionale dei Diritti dell'Uomo incaricata di
esaminare le petizioni indirizzate alle Nazioni Unite; ricordiamo che
l'art. 8 della Dichiarazione introduce il principio del ricorso
individuale contro uno Stato in caso di violazione dei diritti
fondamentali, principio che in Europa avrebbe visto applicazione nel
1998, con l'istituzione di una Corte Europea dei Diritti dell'Uomo
permanente che garantisce tale diritto di ricorso a circa 500 milioni
di europei”.
Questa Dichiarazione è tuttora vigente ma
largamente disattesa da tantissime Nazioni, in analogia alla nostra
povera Costituzione che ha molti – e non secondari – articoli
completamente ignorati, senza leggi applicative di sorta. Solo per
fare un esempio, l'articolo 14 della Dichiarazione dichiara: “Ogni
cittadino ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo
alle persecuzioni..”. Leggere oggi queste parole sembra una beffa,
visto che straripano oscenità identitarie e sovraniste, però esse
sono largamente ignorate dai governi che agitano le acque per
approdare a spiagge autoritarie, non democratiche.
L' O.N.U. è ormai, e da tempo, un organo moribondo,
tacciato persino da evangelici (come possano definirsi tali non
riesco a capirlo) come strumento del demonio. Invece quell'organo
sovranazionale, insieme all'Unione Europea (che non si trova in
situazione migliore perché sequestrata da interessi distanti dalle
popolazioni) devono essere salvati, riformati, perché c'è ancora un
margine di possibilità positiva perché non solo sopravvivano ma
divengano sia punto di riferimento sia garanzia per l'Umanità,
cioè la specie intesa nella sua totalità, possa vivere dovunque con
diritti e doveri che ne garantiscono lo sviluppo dignitoso in ogni
luogo di questo piccolo pianeta, l'unico abitabile.
F.R. (1 gennaio 2019)
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