Carlo e Licia
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martedì 28 febbraio 2017
sabato 25 febbraio 2017
Circa Pinocchio nel ventre del cetaceo
Carlo L. Ragghianti, “énfant prodige” a Lucca, detestava il “Pinocchio” di Carlo Collodi (1826-1890) e il “Cuore” di De Amicis. Il primo probabilmente perché rivolto a lettori sprovveduti cui, concedendo qualche trasgressione, si inculcava una morale perbenistica tramitata anche dall'insopportabile agnizione della Fatina dai capelli turchini (tocco presurrelista?). Del romanzo postrisorgimentale di De Amicis, R. non poteva non detestare la scoperta propaganda savoiarda, suggello deviato e ottuso (lotta al “brigantaggio” e devastazione del Sud ad esempio) degli ideali Mazziniani, Cattaneani e Garibaldini che, col loro sacrificio, determinarono l'unità d'Italia. Ciò non impediva, però, allo storico lucchese di ammirare e comprendere le poetiche realizzazione di Emilio Greco e di Venturino Venturi nel parco Collodi dedicato a Pinocchio.
Certamente Ragghianti avrà distinto dal resto l'episodio del cetaceo che inghiotte Pinocchio e delle successive vicende; se non altro per le scoperte allusioni iconiche a Bosh e ad episodi scultorei medievali. C'è anche un aspetto letterario ed iconografico che si collega a Collodi il quale, uomo colto, non ignorava il racconto biblico del profeta Giona sopravvissuto tre giorni nel ventre di un colossale cetaceo. Così, dato il “cursus” degli studi della metà dell'Ottocento italiano, il creatore di Pinocchio doveva conoscere anche quello
che narra Luciano da Samosata nella sua “Storia vera”, per la quale egli scrisse due libri con avvenimenti che oggi definiremmo di fantascienza. Un libro veramente curioso (che ebbe nel tempo notevole risonanza), però una “antifrasi” del suo “Come si deve scrivere la storia” e delle sue ponderose opere storiche e letterarie (escludendo “L'asino d'oro”, attribuito). Tra i suddetti scritti fantastici c'è una favola che viene ripresa da Collodi quasi alla lettera, “mutatis” certi costumi che dopo mille e seicento anni non erano granché dissimili da quelli vigenti nell'Ottocento. Un probabile tramite è lo scritto di Paul Nibelle ( “L'Ami de la Maison”, 1856, pp. 127-128), dove si ricordano anche gli scrittori, i più diversi tra loro invero, che si ispirarono a quest'opera di Luciano: Tommaso Moro (Utopia), Fénelon, Fontanelle, Cyrano de Bergerac, lo Johnathan Swift di “Gulliver”; anche Rabelais è ricordato per una situazione analoga del II capitolo del “Pantagruele”. Oltre a ciò sembra eccessivo sostenere che lo scrittore greco fu il Voltaire della sua epoca, e paragonare altresì a Luciano il sapere di quei posteri e la loro capacità di determinare e di orientare la cultura e la storia successiva fino a noi. E' probabile, infine, che oltre a Collodi, nelle loro illustrazioni il Mazzanti e altri artisti dell'epoca si ispirassero alla incisione del cetaceo mentre inghiotte un vascello, che accompagna lo scritto citato del Nibelle, e che qui riproduciamo.
Francesco Ragghianti
giovedì 23 febbraio 2017
sabato 18 febbraio 2017
Ragghianti incontra Trubbiani
Il 3 ottobre 1982 si inaugurava alla
giovane Fondazione Ragghianti la mostra “Scultura Italiana del
nostro Tempo”, la rassegna più emozionante e meglio allestita
degli ultimi decenni, nel senso non di piu' o meno “utili”
orpelli, ma di disposizione fisica dei manufatti, della loro lettura
museografica, della loro collocazione di ampio respiro e le
correlazioni tra le sculture. Pier Carlo Santini nel prepararla
espresse il meglio di sé, dando così anche al Centro Studi
Ragghianti, di cui era il direttore, un eccellente avviamento.
Erano esposti 31 artisti con 71 opere, e tra essi Valeriano Trubbiani da cui Ragghianti rimase
particolarmente colpito, non conoscendolo ch emarginalmente. Perciò tornato a Firenze mi chiese di procurargli una più ampia documentazione verificando nelle fonti domestiche ancora disponibili, tra quelle dell'UIA e tra ciò che potevo “racimolare” nei contatti professionali di “Critica d'Arte”. Qualcosa ricordo trovai, specialmente un paio di opuscoli. Ci fu poi, probabilmente su “input” del regista, la concomitanza dell'invio del volume “e la barca va – Federico Fellini” con le visualizzazioni grafiche dell'artista residenze ad Ancona che fece scrivere al critico lucchese la seguente lettera:
giovedì 16 febbraio 2017
{bacheca} Dolores Ibarruri, "La Pasionaria"
Per
la formazione laica, antifascista, anticomunista, libertaria di un
cittadino vivente tra il XX e il XXI secolo, qual io sono, le
tragiche vicende della GUERRA CIVILE SPAGNOLA sono un fondamento
basilare. Da questo sostegno, dalla sua conoscenza, dalla sua
analisi, dalla sua conclusione derivano buon parte degli elementi che
costituiscono la mia-nostra “costruzione morale”, sulla scia
esemplare di mio padre Carlo Ludovico.
Quindi
sono totalmente partecipe e grato del contributo insostituibile dei
Comunisti a sostegno della Repubblica democratica, laica, popolare.
Ciò fino all'ignobile, vile, infame
.
tradimento staliniano, gestito dall'ineffabile Togliatti Palmiro.
Perciò Dolores Ibarruri (1895-1989), La Passionaria, la voce del popolo, l'espressione del “coro antico” degli oppressi, quella voce che Ernest Hemingway – combattente e testimone – definì: “...la notizia stessa splendeva in lei con una luce che non era di questo mondo. Nella sua voce si poteva sentire la verità di quel che diceva”, sono per me/noi una commovente rievocazione. E' lei ce incitava a resistere, ai padroni della sconfitta, ripetendo alla radio il celebre “No Pasaràn”. Un grido anch'oggi di dolente quotidianità.
Perciò Dolores Ibarruri (1895-1989), La Passionaria, la voce del popolo, l'espressione del “coro antico” degli oppressi, quella voce che Ernest Hemingway – combattente e testimone – definì: “...la notizia stessa splendeva in lei con una luce che non era di questo mondo. Nella sua voce si poteva sentire la verità di quel che diceva”, sono per me/noi una commovente rievocazione. E' lei ce incitava a resistere, ai padroni della sconfitta, ripetendo alla radio il celebre “No Pasaràn”. Un grido anch'oggi di dolente quotidianità.
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