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Questo artista, pittore modesto e retorico, attivo nella seconda metà del Cinquecento giustamente non ha riscosso molta attenzione dalla critica, perché c'è ben poco da dire sulle sue qualità di pittore circa originalità e distinzione. La filologia ha individuato la date anagrafiche nel 1525 c. o 1526 c. per la nascita e 1594 o 1595 per la morte.
Licia Collobi Ragghianti, invece, ha scoperto, studiando il Cambiaso (vedasi post del 4 settembre 2020) e la cerchia
artistica in cui ha operato, che Andrea Semino ha “una tempra sottile, ricercata, finissima di disegnatore di buona razza”. Questo studio rappresenta lo svolgimento di questa intuitiva osservazione che, ritengo, rimane la fonte cui riferirsi per la storicizzazione dell'artista.
Il contributo è stato pubblicato su “Critica d'Arte” (n.2, feb. 1954, Vallecchi editore, Firenze).
F.R. (23 giugno 2021)
Benché di solito l'assegnazione delle schede sugli artisti fosse decisa sulla base di competenza specifica, la redazione del Catalogo della mostra ricorse a altri studiosi – o sopperì redazionalmente – in casi di abbandono o per altri motivi singolari. Così fu il caso di Gian Lorenzo Mellini, il quale accettò un modesto aiuto perché rimasto con la casa allagata durante l'alluvione del 4 novembre 1966. Ciò ovviamente non toglie nulla alla qualità e attendibilità dei suoi elaborati.
Di Gian Lorenzo Mellini (1935-2002) sono stato amico, credo che anche lui mi considerasse tale, o perlomeno persona gradita, degna di qualche attenzione ma non della sua considerazione paritetica. Il fatto sta che egli in realtà alla fin fine non riconoscesse la dignità a nessuno, nemmeno ai “grandi” incontrati, casomai invece la concedeva a volenterosi collaboratori. Già, il problema di G.L.M., nobiluomo di Verona (dico così perché ho visto che ci teneva molto e poi perché non so se il conte fosse lui o il fratello, il titolare della distinzione o – come detta la Costituzione – “predicato del nome”) era l'opinione di sé: alta, indiscutibile, sempre offesa dall'insufficiente riconoscimento degli altri.
Per la realizzazione del secondo volume e l'impostazione di altri segmenti de L'Arte in Italia per l'editore Gherardo Casini – dopo l'abile abbandono della nave in cattive acque del topo tattameo – G.L.M. Fu capo redattore con me redattore adiutore per il biennio 1968-69. Non solo non litigammo mai, ma non ci furono nemmeno screzi, perché l'indubbia grande intelligenza di Gian Lorenzo era anche fattiva (non dispersiva come quella – ad es. – di Raffaele Monti). Procedeva tutto bene in ufficio anche perché per quasi tutto il periodo quello fu l'unico reddito certo di Mellini, fino cioè all'incarico presso l'Università di Torino – dove si trovò malissimo, facendomi relazioni veramente cupe delle agitazioni operaie e studentesche – che gli procurò Carlo L. Ragghianti tramite “zio” Aldo Bertini.
Naturalmente la crescente insoddisfazione nei confronti di Casini – talvolta persino inadempiente nel pagare i compensi pattuiti – portò ad un improvviso litigio telefonico, cui dall'altro lato del tavolone redazionale assistei sgomento, divertito, partecipe. Infatti, di fronte al'arrogante tono del Casini, G.L.M. perse le staffe e gli cantò un'intemerata da togliere il pelo ad una tigre. L'altro, incredulo, indignato, furibondo ebbe quasi un infarto; ansante riattaccò la cornetta del telefono. Questo è un vero patatrac, un casino gigantesco, pensai che la redazione e l'opera fossero spacciate, pensai al babbo (che già aveva l'arma la piede nei confronti del Casini; però anche noi prestavamo il fianco scoperto grazie a collaboratori ritardatari. Tutti allievi di C.L.R., faccio notare!). Però pensai anche che al posto di Gian Lorenzo, dato il mio carattere collerico, anche violentemente in certe circostanze, avrei reagito altrettanto fuori dalle righe.
Quindi, siccome anche G.L.M. alla fin fine era stravolto e … consapevole del casino suscitato, finì che lo consolai.
Personalmente, come ho detto, m'ero affezionato a G.L.M. anche al di là della stima, perché avevo intuito che la sua costante frustrazione era spontanea, caratteriale ma fondata su una certa moralità. Non aveva nulla a che spartire con la volgare ambizione carrieristica di altri allievi di mio padre. Tant'è vero che – e lo scrive anche G.L.M. – a differenza di altri che tradirono mio padre (anche bassamente, addirittura inutilmente perché avrebbero raggiunto i loro desiderata comunque in terra caecorum) lui non lo tradì e – ritengo – nemmeno lo lasciò per banali motivi di personale incompatibilità, come avvenne dolorosamente per Eugenio e Giacinto. Quando avvenne il distacco con C.L.R. ciò fu dovuto all'irrefrenabile volontà del suo ego di non volersi – equilibratamente, dico io – confrontare serenamente con l'altro, considerato “ermeneuticamente” quindi metodologicamente superato. Si veda, comunque, su “Labyrinthos” (n.35-36, 1989, pp.171-227) l'interessante intervista di Loredana Raucci intitolata Sull'ermeneutica delle arti figurative.
Effettivamente credo che la chiave distintiva del pensiero di G.L.M. Consistesse in una concezione ermeneutica della storia dell'Arte. La parolona in sé è di semplice spiegazione: arte o scienza dell'interpretazione. Il che, tramite Heidegger (detestato da me perché nazista, da C.L.R. anche per motivi teoretici) sarebbe secondo il vocabolario Treccani “l'istituzione di continue correlazioni tra il sé e l'essere in un processo dove dalla totalità delle manifestazioni umane alle sue parti e viceversa”. Ciò consentì al critico “attraverso un processo di interiorizzazione, di raggiungere un contatto interpretativo con l'autore [o l'oggetto] studiato”. Certamente un modo di ragionare corretto, anche se non direi proprio rivoluzionario né ulteriore, tanto per non andar lontano, al pensiero – ad es. – di mio padre.
Oltre l'esperienza Casini, nel 1968 Gian Lorenzo mi fece conoscere un suo amico pittore, Gino Corsi, agente in servizio della polizia ferroviaria presso Firenze-Leopolda. Dopo averlo conosciuto e apprezzato, interessai C.L.R., il quale scrisse volentieri una pagina di presentazione di questo sconosciuto, sul quale se riesco a trovare ulteriore documentazione farei volentieri un post. Poi, buso (come si dice a Trieste): per molti anni di Mellini seppi soltanto vaghe notizie indirette e dirette come la querelle sull'autoritratto di Raffaello, nella quale nel mio piccolo reputo avesse ragione.
Dopo la morte del babbo (1987) e dopo alcuni miei vani tentativi di trovare un editore per il manoscritto dello studio su Caravaggio respinto senza fosse nemmen letto con cocenti rifiuti, pensai di rivolgermi a Mellini che sapevo essere fondatore e direttore di una rivista. Interpellato lui consentì ad incontrarmi. Al corrente che nel frattempo G.L.M. aveva avuto problemi cardiaci, lo trovai in apparente ottimo stato. Nel suo studio – a dire il vero un po' teatrale, con un tavolo da lavoro lungo una dozzina di metri, sopra una pedana alta da terra mezzo metro, con una zona salotto appartata con poltrone di cuoio stile club britannico – mi accolse cordialmente, come se ci fossimo visti l'ultima volta la settimana precedente, non oltre vent'anni prima. Dopo il cordiale incontro, concluso con una cena al vicino Fagioli, gli affidai il manoscritto su Caravaggio.
Debbo riconoscere che feci un errore. E non è abbastanza giustificazione il fatto che mi trovassi in condizioni di esasperazione continua, di preoccupazione economica, di ansia per un futuro tutt'altro che roseo. E' vero che avevo subito il trappolone uiesco, e ne vivevo gli strascichi; è vero che ero ferito dalla mancanza della pur minima solidarietà da parte di chi me la doveva, vicino o lontano che fosse. Senza parlare della squallida faida familiare in fieri che ha sputtanato la famiglia Ragghianti senior. Comunque errore fu: mea culpa.
In effetti G.L.M. Pubblicò il dattiloscritto (in “Labyrinthos”, n.29, 1996-97, pp.123-200 più una nota al testo di G.L.M., pp. 200-206) con filologia acribia esemplare, però come un articolo tra gli altri, cioè senza il rilievo “editoriale” che avevo chiesto e che era stato concordato. Anche il titolo (c. frammento … 1973) ha un che evidente di riduttivo, quasi di marginale. Va bene che io mi posso sbagliare, ed anche di molto, su argomenti complessi, filologici e controversi, però escludo che mio padre si fosse speso per tanto tempo per realizzare un saggio “marginale”. Che lo scritto fosse realizzato a pezzi a intervalli di tempo, corrisponde a una caratteristica quasi costante nella sua operatività. Quando accennai a qualche rimostranza mi resi conto subito che Gian Lorenzo credeva di aver agito come previsto. Però secondo se stesso, personaggio nel quale una piccola ritorsione editoriale, allusiva non di sostanza (giacché il testo era integro), era come uno scherzo, o un non cale. Eccolo il nocciolo del mio errore: fu appunto scordare che Mellini riduceva al proprio metro di giudizio ogni situazione intellettuale, escludendo alternative o punti di vista differenti. Avrei dovuto anche sospettare che egli su Caravaggio avesse idee proprie ben precise e che di conseguenza, sia pur rispettosamente come in questo caso, non valutasse le altrui opinioni oggettivamente. Non a caso la sua nota a pie' di pagina 206 recita: “spero di poter pubblicare quanto prima mie vecchie analisi ermeneutiche su alcune opere del C. ...”.
Dal fatto, invece, che la pubblicazione del saggio di Ragghianti non abbia allora avuto nessuna risonanza non imputo la sede di pubblicazione e non mi meraviglia: l'articolo n.1 dell'ostracismo denominato damnatio memoriae è tacere, ignorare l'attività di chi si vuol eliminare, così facendo non potendo sopprimerlo.
Più o meno nello stesso periodo con Gian Lorenzo e Sergio (se ben ricordo) Tacchi – funzionario per il PCI all'assessorato alla Cultura di Firenze e già Proto delle Officine Grafiche (cooperativa stampatrice di “Critica d'Arte” fino al 1980) – proponemmo l'organizzazione di un Convegno su C.L. Ragghianti e altre concrete iniziative al presidente della Cassa di Risparmio di Lucca (e della Fondazione Ragghianti) ing. Giurlani. Le proposte, di cui Mellini garantiva la serietà scientifica, erano volte a riportare al centro della Fondazione il promotore C.L.R., stante la crisi dell'Ente irrisolta dopo la morte di Santini. Potrei anche risparmiarmi di scriverlo: non ci fu nessun esito positivo. Naturalmente, pensai allora.
In definitiva voglio comunque ricordare che, anche per mio padre, Gian Lorenzo Mellini è stato un intellettuale e uno storico dell'arte originale, senz'altro con Pier Carlo Santini e Raffaele Monti il più dotato tra gli allievi maschi di C.L. Ragghianti.
G.L.M. fu davvero un personaggio umorale, bizzarro ma non strampalato, anzi meticoloso, il cui ingegno autenticamente superiore alla media s'è rovinato spesso in conseguenza di una sorta di albagia, spontanea, naturale, non coltivata né tanto meno proterva.
Mancò forse di caritas intellettuale, per cui nonostante l'ermeneutica fu come sordo a forme di comprensione della cultura del prossimo e del fare dell'uomo, nel quale occorre anche sapersi immedesimare con francescana pietas.
F.R. (29 giugno-1 luglio 2021)
Nota – Il testo di Caravaggio di Carlo L. Ragghianti conto di riproporlo nel blog, possibilmente illustrato puntualmente. Conto anche di aggiungere ai due post di Necrologi, ricordi, resoconti (31 dicembre 2017; 31 dicembre 2018) un'altra raccolta contenente lo scritto pubblicato da Mellini dopo la morte di R. prima su “Labyrinthos” (n.11, 1987) poi nel volume Pietramala (Ed. Bolis, 1991, pp.118-136).
Post precedenti:
Licia Collobi Ragghianti e la “Mesoamerica, 1” - Notizia redazionale - culture di Tlatilco, olmeca e zapoteca. 15 aprile 2021
Licia Collobi Ragghianti e la “Mesoamerica, 2” - culture Totonaca, di Teotihuacan, di Colima, di Nayarit e Zapoteca. 200-600. 25 maggio 2021
Licia Collobi Ragghianti e la "Mesoamerica, 3"- Le culture Zapoteca, di Teotihuacan, Maya, Tolteca e Huasteca. 15 giugno 2021.
Sono trascorsi 50 anni dalla morte del nostro primo animale domestico accettato nel nucleo familiare. Era un gatto rosso, subdolamente castrato da una gattara della vicina via Giano della Bella, non ancora completamente cresciuto fisicamente quando lo conoscemmo. Prima di entrare nei dettagli, ritengo opportuno riportare quanto si scrivono a proposito della sua morte i genitori Ragghianti. Licia con Rosetta ed Anna era in vacanza nelle Dolomiti, Carlo L. era ancora a Firenze dove stava lavorando al saggio su Giuseppe Gorni pubblicato in “Critica d'Arte”.
Napoleone morì la notte tra il 9 e il 10 luglio, dopo una giornata di sofferenze dovute soprattutto al calore, sopportate con stoicismo degno di un antico, come
posso testimoniare avendogli assicurato giaciglio al fresco relativo dell'ingresso per l'ex garage e acqua abbondante prima, durante l'intervallo e dopo la giornata lavorativa (una delle prime in Vallecchi, la mia prima occupazione stabile). Anche il babbo lo accudì durante la mia assenza, come relazionato di seguito.
Riporto, per non sprecare parole e scivolare nel sentimentalismo, le righe conclusive della lettera che l'11 luglio 1971 Licia – avvertita per telefono – inviò a Carlo e che descrivono con sintetica efficacia il ruolo in famiglia di questo gatto che non abbiamo mai considerato una bestia.
Il 13 luglio il babbo scrive alla mamma una lunga lettera che contiene anche la “cronistoria” del decesso del nostro
povero gattone, ridotto assai di peso a dire il vero negli ultimi quindici giorni. Riproduco questo testo esauriente e partecipe:
Voglio precisare che in precedenza c'era stato un tentativo di adozione felina. Pochi mesi prima, in primavera, di domenica o, comunque, di un giorno festivo Ottone Rosai era venuto a trovare il babbo inaspettatamente. Andatosene, dopo un paio di minuti alla scampanellata decisa rispose la Maria ed io a ruota per vedere chi era: era Rosai, trafelato, che ancora sul portone (abitavamo al piano terreno in viale Petrarca 14) ansimò chiamando la Maria, a cui consegnò un batuffolo nero con queste parole: “L'ho trovato per via, ha fame e bisogno, tenga!”. Voltò le terga andandosene velocemente. Non c'è male per un ex Caimano del Piave!
Il batuffolo nero era un gattino già svezzato subito chiamato Ottone. Durò poco, pochissimo, questa vittima probabilmente della solita nota gattara. Graffiò Giacomo, perfino Rosetta, rubò in cucina, dove si ostinava a salire sul tavolo, non faceva i bisogni nei luoghi deputati subito allestiti dall'esperta Maria Landi, la quale era da noi da poche settimane, se ben ricordo. Mamma, babbo ed io, nonché Bertocci (il nonno materno che dormiva nello stesso edificio della gattara e mangiava da noi) poco confidenti con gli animali, fummo informati dalla Maria, accodata da Rosetta e Giacomo, che quella bestia non era possibile che rimanesse tra noi. Assenso immediato della mamma, che finalmente aveva trovato una collaboratrice domestica più che soddisfacente. Il povero Ottone, vero coglione, fu consegnato alla comunità gattaiola del Conventino di via Giano della Bella e così sia.
Dopo aver rintracciato le poche fotografie sparse tra me, Rosetta ed Anna, penso di distribuire queste immagini tra le schede che ho pensato di alternare per caratterizzare la personalità complessa di Napoleone: descrivere il suo rapporto con ciascuno di noi separatamente. Dato il tempo trascorso temo che tralascerò diversi ed interessante episodi. D'altra parte ciascuno degli altri
superstiti può e potrà dare il suo contributo sulle nostre vicende napoleoniche. Non sarà comunque un effetto Rashomon perché la personalità evoluta del micio era dignitosamente coerente.
Scordavo: mentre il nome del gatto Ottone non ha bisogno di spiegazioni, quello di Napoleone, volendo, ha un riferimento specifico. Il nome lo indicai io, mentre ancora non era stato deciso: dibattuto, fu sì. Ecco perché mi venne in mente questo nome piuttosto incongruo: avevo appena terminato l'esame di terza media, abbastanza sofferto more solito; in storia, il mio forte scolasticamente, ero stato interrogato su Napoleone Bonaparte, dandone una visione difforme dall'osannato “ei fu”. Che fosse stato era certo, che fosse un grand'uomo, no. Per lo meno non in una accezione etica. Se si considera soltanto il successo, Napoleone era stato come poi Mussolini, Franco, Hitler, Lenin, Stalin: un assassino seriale. Per fortuna all'acida Ademollo (sorella del germanista Vittorio Ned Santoli) mia prof. Inviperita e male intenzionata, si contrappose, come poi raccontò a mia madre, la prof. Elisa Forti di francese (claudicante causa poliomelite, ebrea convertita sinceramente al cattolicesimo), che – bontà sua – mi trovava delle qualità per cui l'interrogazione non degenerò e su input del prof. di disegno (ex partigiano) cavalcai brillantemente assieme a Garibaldi. Tutto ciò per dire che il nome Napoleone mi rimase in testa, perciò lo suggerii perché ridotto ad individuare un animale. Per fortuna la mia iniziale e congenita avversione per il contatto diretto con le bestie fu poi smussata dalla humanitas del gatto.
In conclusione mi sembra necessario precisare che Napoleone – provvisto di tutti i lati misteriosi della propria specie – fu un essere che seppe farsi benvolere unanimente, fatto anche questo forse non straordinario. Quello che trovo eccezionale è che egli è riuscito a lasciare un'impronta davvero profonda e duratura in tutti coloro che condivisero la sua esistenza.