Con un saggio di Antonio Giuriolo e lettere di Neri Pozza, C.L. Ragghianti, Antonio Barolini, Licisco Magagnato, 2.
1.
Sull'interesse
per il teatro da parte di C.L.R. nel nostro blog abbiamo già postato
I Goncourt e il teatro (11 marzo 2021) e Gautier e il teatro
come visione (19 aprile 2021). Profondo conoscitore della cultura
francese, R. – che taluni sprovveduti e saccenti intellettuali
prevalentemente piciisti ebbero il coraggio di qualificare come
pensatore ottocentesco – è stato studioso non solo dei fenomeni
storici e culturali ma anche attento e puntuale lettore dei testi
letterari, poetici e drammatici di quella straordinaria produzione
francese da Rabelais a Montaigne fino a Anatole France e i
contemporanei del Novecento.
Perciò
la traduzione di queste due pièces (di cui la
Veuve in
realtà è una sorta di scena conclusiva) di Henry Becque
(1837-1899) non è un caso di sporadico eclettismo ma un ponderato e
consapevole lavoro svolto per omaggiare un caro amico, caduto
combattendo in una brigata Matteotti direttamente collegata al
C.T.L.N. (che Ragghianti presiedeva) e al comando militare del
Partito d'Azione, che coordinava anche le formazioni socialiste,
carenti di quadri superiori, di cui R. era il comandante e
responsabile politico, coadiuvato dal fido colonnello Nello Niccoli.
Gli
inizi della collaborazione editoriale tra il neofita Neri Pozza
(1912-1988) – già affermato incisore, del quale La Parigina
e La Vedova rappresenta una delle prime edizioni – e Carlo
L. Ragghianti furono piuttosto burrascosi e risentiti. In seguito
questi divennero molto amichevoli durante la pubblicazione della
rivista "Criterio" (1957-58) e la progettazione e
produzione della "Biblioteca di Cultura", nell'arco degli
anni Cinquanta e inizi Sessanta. Dipoi Pozza si legò alla sottile
propaganda editoriale dell'USIS e dei Servizi segreti Statunitensi e
divenne di nuovo inaffidabile, per non dire moroso nei confronti di
R. e dei fornitori creditori. Dato che vittima di questa situazione
rimase la serie di "Critica d'Arte" edita da Pozza, ci fu
tensione e rarificazione dei rapporti. Nel frattempo l'editore,
eclettico e approssimativo come sempre (fu anche attore ne Il
terrorista, 1963, bel film di Gianfranco De Bosio con G.M.
Volonté agli inizi della carriera) si defilò inadempiente,
dedicandosi alla scrittura in prosa (naturalmente era stato anche
poeta) fino al divenire prevalentemente romanziere, di qualità
certa.
Non
ricordo bene quando, negli anni Settanta,
il Neri ricomparve proponendo di saldare il proprio debito anche con
un dipinto di De Pisis (una Strada di Parigi). Questo fatto
appianò il debito personale, rimanevano
debiti non saldati col nostro Ufficio, che
gestii io, e sui quali ritornerò in un altra occasione. Dato che questo dipinto – ordinario –
non era come gli altri di casa
dono di amici artisti o contropartita critico-artista, fu ceduto in
seguito all'acuirsi della crisi finanziaria della famiglia, derivante
dalle enormi spese di degenza speciale per il recupero della salute
di mia madre, la quale nel 1970 durante un banale intervento, morì
più volte (almeno sette) per colpa dell'anestesista. Fu tenuta in
vita per quasi otto ore dal massaggio cardiaco manuale effettuato a
cuore aperto dal chirurgo Principe, in attesa di una speciale e rara
apparecchiatura dal Rizzoli di Bologna, che poi la salvò. Insieme ad
un piccolo omaggio dipinto da Tozzi, sostituito al
più rappresentativo dono originale da nota "manina"
coadiuvante in Palazzo Strozzi nel 1967 (come scoprii anni dopo
durante una ricerca bibliografica), il De Pisis di Pozza fu
acquistato dall'amico Ettore Gian Ferrari, sulla discrezione del
quale si poteva contare. Questo tipo di arrangiamento economico per
sopperire alla propria conduzione disordinata e abnorme, si è poi
saputo dopo la sua morte, fu ampiamente utilizzato da Pozza,
sembrerebbe anche con qualche pasticcio
poco chiaro.
Nella
seconda parte del post (pubblicato fra tre giorni) ai testi
dei due drammi di Becque segue – estrapolato dalle pagine critiche
L'opera di Henry Becque scritte da Antonio Giuriolo – il
saggio La Parisienne.
Sono
poi di particolare interesse le pagine fittamente dattiloscritte
(inedite; penso stese tra il 1944-46 e il
1952) della Nota al saggio e alla traduzione (titolo di Pozza
e Magagnato) da Carlo L. Ragghianti. Questa importante nota fu, per
non ben appurati motivi, esclusa dall'edizione del libro a insaputa
dell'autore. Credo, alla fin fine, per timore della giustificata ira
di C.L.R., il quale si sarebbe ritrovato a rileggere il proprio testo
in corpo 8/10 (roba da lente d'ingrandimento!) per di più
abusivamente mutilato delle pp. 2-3 e di parte della p.4, biffate per
fortuna a matita (che qui ho accuratamente cancellato).
La
pubblicazione di questo inedito che R. recuperò dopo reiterate
richieste – mentre il dattiloscritto con la sua traduzione di
scelta delle "Storielline" di Tallemant de Réaux non gli
fu mai restituito (che si trovi nei meandri delle carte lasciate da
Pozza?) – viene proposta in questa sede anche per consentire un
riscontro essenziale a chi studia gli aspetti inerenti il
teatro e la cultura francese nell'opera di C.L. Ragghianti. Inoltre
ritengo che copia di questa Nota manoscritta non si trovi
nell'Archivio di Lucca, perché io ho di recente rinvenuto il
dattiloscritto in un grosso incartamento che il fido Cino Cini
sigillò in occasione della migrazione dell'Ufficio Ragghianti da
Piazza Vittorio Veneto a Via Torre del Gallo nel tardo 1967.
Da lì il pacco finì in Villa Tornabuoni (prima sede dell'U.I.A.) e da lì, con probabile transito di nuovo in Palazzo Strozzi, dopo il 1980 a casa nostra, ma sepolta con le carte marginali.
Con
la biografia di Antonio Giuriolo (1912-1944), estratta da Una
lotta nel suo corso (Neri Pozza, 1954) a c. di Licia Collobi R. e
di Sandro Contini Bonacossi, scritta da C.L.R., si vuol ricordare la
figura di questo giovane brillante studioso, morto combattendo per il
riscatto morale e la libertà del popolo italiano. Un uomo altrimenti
di sicuro avvenire, sul quale stiamo allestendo un ulteriore
contributo che con il presente e il già postato Giuriolo, Becque,
"La Parigina" e Ragghianti (2 gennaio 2017) vuole
ricordarne le virtù e il coraggioso esempio.
Per
la genesi del progetto di traduzione del testo di Becque trovo che il
14 ottobre 1942 Carlo Muscetta (1912-2004) critico letterario allora
consulente di Einaudi, scrisse a C.L.R.: “...e per Becque. Se trovo
un buon traduttore non dimenticherò né la Parigina né i
Corvi … per l'Universale”. Ancora Muscetta l'11 novembre
1942: “Quanto al Becque se sei disposto a tradurre le due commedie,
scrivi senz'altro a Einaudi, dicendo che io son d'accordo.
Comunicagli il numero delle pagine e la data di consegna della
traduzione. Così potrà mandarti senz'altro il contratto”. Infine,
si chiarisce che la proposta prima rivolta a Einaudi da parte di
C.L.R. fu di mio padre, come si deduce dalla lettera che l'Editore
inviò il 25 marzo 1943, nella quale si scriveva, tra gli undici
punti di proposte e lavori in corso, “Becque. Muscetta vorrebbe
sapere il titolo delle due commedie da te scelte, e sapere se le
tradurresti tu, o altri. E' inteso comunque che si faranno per
l'Universale, ma vorremmo solo perfezionare l'accordo”.
Va
ovviamente ricordato, poi, che nel 1946, Carlo L. Ragghianti il 25
giugno scrisse a Benedetto Croce una lettera di cruciale importanza
per la ricostruzione dei suoi rapporti con Antonio Giuriolo e del
fatto che l'intellettuale vicentino si occupò di Becque in seguito
ad “una mia indicazione”, come poi scrisse C.L.R. anche a Silvio
Trentin. In questa comunicazione Ragghianti coglie anche l'occasione
di informare il senatore dell'esistenza della propria traduzione come
già avvenuta. Le due pagine della lettera sono inedite e, mea
culpa, se ne era persa traccia nell'incartamento Becque.
A
questo punto segue una documentazione inerente alla “gestione”
Pozza. Sono lettere di Antonio Barolini (1910-1971), scrittore,
giornalista, patriota; di Licisco Magagnato (1921-1987), sul quale
vedasi post del 21 gennaio 2021; Neri Pozza (1912-1988). C.L.R. oltre
a suddetti scrive una interessante missiva – di cui si riporta la
trascrizione, stante l'irriproducibilità della nostra copia – a
Pietro Pancrazi (1893-1952), illustre critico letterario. Si conclude
questa sezione con lo stralcio seguente da una lettera di C.L.R. a
Giorgio Trentin (1917-2013), critico d'arte, detto anche “il
sacerdote dell'incisione”. L'importante testimonianza dice:
“Aggiungo che Giuriolo non ebbe con me soltanto rapporti politici,
ma anche critici, avendo io seguito i suoi lavori e spesso parlato
con lui dei problemi generali di estetica e metodologia che erano
anche allora per me prementi se non preminenti. Per ricordare ciò,
ho fatto e presentato la traduzione della “Parigina” di Becque,
l'autore che egli scelse a séguito di una mia indicazione”.
Si
conclude la seconda parte di questo post
con qualche notizia su Henry Becque, drammaturgo, sul quale François
Mauriac – a parte l'uso riduttivo degli "ismi" – dà un
efficace giudizio: "Non fu un commediografo, ma uno scrittore di
teatro; l'unico della sua epoca che non posò a mostro sacro. Ci aiuta a capire che quel che i nostri padri chiamavano Naturalismo fu Romanticismo continuato".
Dall'Enciclopedia dello Spettacolo
ideata e diretta da Silvio D'Amico, riproduciamo il lemma su Becque.
Dalla Storia della letteratura francese di Gustave Lanson
(1857-1934), a c. di Giovanni Macchia, riportiamo un giudizio
contemporaneo sostanzialmente riduttivo nei confronti di Becque. E'
invece più equilibrata la scheda di Robert Jouanny (1926-2007) dal
Dizionario critico della letteratura francese (Utet, s.i.d.,
ma 1972 o 73).
Ritengo
di poter sostenere che l'iniziativa di R. di rendere omaggio alla
memoria dell'amico critico scomparso con la scelta di questa
traduzione, sia dettata da quanto mio padre scrive a p.3: "...
nella commedia del Becque. Che ha poi, invece, una profonda umana
moralità, in quel riconoscere necessaria e inevitabile nell'economia
del mondo ... quello slancio vitale senza il cui primigenio,
irrefrenabile insorgere nemmeno la vita etica potrebbe determinarsi".
In
conclusione, il lavoro di traduzione di Carlo L. Ragghianti risulta –
spero non solo ai miei occhi – un bell'esempio di dedizione
all'amicizia. Un sentimento nobile, sempre raro, che oggi si
tenta di svilire e banalizzare con le stupide generalizzazioni tipo
Facebook o così chiamando i “followers” di navigata conducente
di spettacoli televisivi.
F.R.
(16 febbraio 2022)
P.S
– Trovando un appunto del 1997, noto che mi sono spesso domandato
come mai non sia stata allestita una rappresentazione di questi due
drammi concatenati. Strano ma non troppo – per due motivi: 1)
l'edizione di Pozza non ebbe tiratura e circolazione normali,
concentrandosi il Neri sulla circolazione tra i familiari di Giuriolo
e tra gli amici suoi; 2) C.L.R. non tentò di farli rappresentare
vuoi perché impegnato e “invischiato” in tanti progetti in
contemporaneità, vuoi perché non tentò di coinvolgere – ad es. –
amici registi come Francesco Rosi o Mario Ferrero; e neppure
coinvolse Elsa De Giorgi, sua ammiratrice convinta, la quale proprio
agli inizi degli anni Cinquanta tenne in vita un
Piccolo Teatro a Firenze (con i soldi
dell'eredità Contini Bonacossi del marito), né in successive sue
iniziative. Oggi, di nuovo mi domando: si potrà realizzare in un
futuro ragionevolmente prossimo l'occasione di vitalizzare questa
traduzione di C.L.R., facendole finalmente calcare le tavole di un
palcoscenico?
